5_Dicembre 2004: Città del Messico e rientro a casa

5 DICEMBRE 2004      MISSIONI

5 Dicembre 2004 Domenica

Mi sveglio tardi e con calma mi preparo all’arrivo di Pedro che deve venire a prendermi.

Andiamo a prendere Araceli e la bimba che portiamo dai nonni e poi si va in centro, dove è la cattedrale. Nella splendida, enorme piazza della cattedrale si affacciano anche un’altra chiesa più piccola, il palazzo del governo, il municipio e tanti edifici tutti nel medesimo stile asburgico. In uno di questi palazzi c’è un locale molto “in” dove vengo portato per la colazione. È una colazione da nababbi e il panorama della piazza con la cattedrale e tutti gli edifici circostanti è veramente mozzafiato. Certo questi miei ospiti mi stanno trattando in una maniera super.

Terminata la colazione, che poi terrà il posto anche del pranzo, visitiamo la cattedrale, ma siccome c’è la messa in corso possiamo solo dare un’occhiata.

Ci rechiamo al convento di santo Domingo, passando per strade belle e pulite di un centro storico molto accogliente. Arriviamo che manca poco alle tredici e apprendo che proprio alle tredici c’è una messa d’orario e così chiedo di concelebrare. Il presidente della celebrazione è un padre molto anziano e celebra da seduto.

Dopo la messa, visita alla chiesa che, come al solito, è sontuosa e piena di statue e di quadri dei nostri santi e beati. Apprendo che è in corso la visita canonica del p. Maestro Generale, ma lui non lo vedo.

Tornati nella piazza della cattedrale, saliamo su un bus turistico che ci porterà a visitare tutta la città. Il giro dura ore e posso ammirare i grandi viali ed i più bei monumenti, palazzi, giardini della città.

Alla sera tutti a cena dalla famiglia di Araceli, dove ritroviamo Ana Ximena felice di rivedere mamma e papà, ma contenta di essere stata con la nonna, i cuginetti e le zie. È il compleanno di un fratello di Araceli e quindi si fa festa non solo per l’ospite (per me) ma anche e soprattutto per questo fratello. Una cena molto buona.

Cattedrale

Santo Domingo

Dopo la cena arrivano tre musici per festeggiare il compleanno e suonano chitarre e fisarmonica, accompagnate da canti della tradizione messicana.

La famiglia (patriarcale) di Araceli vuole la mia benedizione e poi Araceli e Pedro mi accompagnano all’aeroporto che non è molto distante dalla casa dove stavo.

Araceli e Pedro stanno con me fino a quando non vengo chiamato per l’imbarco e approfittano anche per comprare un regalino per il padre Daniele e per me.

I saluti sono molto affettuosi e, da parte mia, riconoscenti. Li ho invitati a venire da noi in Sardegna e spero proprio che verranno.

Anche questo viaggio è terminato. Domani arriverò a Roma e poi a Cagliari/Selargius, la vita ricomincerà a scorrere frenetica. Chissà se riuscirò a portare con me almeno una parte di tutte quelle sensazioni, esperienze, odori, sapori, volti di tutte le persone che ho incontrato e che mi hanno accolto con tanta cura e amore, pur senza avermi mai visto e conosciuto!

4_Dicembre 2004: Città del Messico: Nuovi amici; Santuario di Guadalupa

4 DICEMBRE 2004      MISSIONI

Dicembre 2004 Sabato

All’aeroporto di Città del Messico, dove giungo senza alcun problema, trovo Pedro ad accogliermi. Mi ero premunito di un cartello con su scritto il nome della moglie di Pedro, Araceli. Queste due persone, amiche del padre Daniele Cara, sono i miei ospiti.

Pedro, poverino, si fa carico della mia pesantissima valigia fino alla sua macchina e poi si parte alla volta della città. Città del Messico mi piace subito, anche se pure qui bisogna stare attenti al fattore sicurezza ed ogni volta che mi siedo in macchina Pedro mi ricorda di mettere la sicura allo sportello.

Sembra una città europea, con l’imponenza però dei suoi palazzi da capitale di un impero, con le sue strade larghe e pulite e con il suo intenso traffico.

Araceli e Ana Ximena, la splendida bambina dei miei ospiti, sono a un ricevimento per un battesimo e così anch’io vi prendo parte.

Pedro è una persona molto preparata (scoprirò poi che è architetto), mite e sempre tranquillo, proprio come da noi sono descritti i messicani. Araceli è una donna bella e dinamica e che ha il carisma dell’organizzazione: è bravissima a programmare. Ana Ximena è una bimba bellissima di due anni con degli occhi vivacissimi e luminosissimi. Il padre Daniele è amico di famiglia ed ha battezzato la bambina e mi ha trovato questa sistemazione a Città del Messico perché io voglio andare a visitare la Guadalupana.

Qui sanno già di questo mio desiderio e quindi a un certo punto lasciamo il rinfresco del battesimo  e puntiamo al santuario della Madonna.

Il traffico è intensissimo, come in ogni città che si rispetti e quindi impieghiamo un bel po’ prima di arrivare.

Appena al santuario, andiamo nella sacrestia perché vorrei celebrare la santa messa. Mi accolgono con tantissima gentilezza e vengo indirizzato a un altare, nell’anello superiore dell’immenso santuario, dirimpetto all’immagine della Madonna e all’altare maggiore.

È in corso la trasmissione televisiva di 24 ore per Telethon che fanno anche da noi. Si canta e si prega. È presente una star della canzone messicana e tanti bambini. Non disturbano affatto nella celebrazione della messa. Tutta la famiglia che mi ospita: Pedro, Araceli e Ana Ximena, partecipa alla messa e i due sposi fanno la comunione. Mi sono commosso durante la messa e si sono commossi anche i miei due nuovi amici. Desideravo tanto questo momento e sono contento che finalmente sia arrivato.

Dopo la messa, ringraziati gli incaricati della sacrestia, ci fermiamo sotto il quadro della Madonna a pregare ed è il momento nel quale alla mia mente si affollano tante persone, tante necessità, tante richieste che mi porto nel cuore. La Guadalupana mi guarda dolcissima e sembra rassicurarmi che troverò spazio nella programmazione di Dio.

Nella sacrestia c’è un’immagine uguale a quella della nostra chiesa di Città del Guatemala, anche questa certificata dal cardinale e anche questa eseguita con il laser.

Usciti sul piazzale fuori dal nuovo immenso santuario circolare, visito l’antico santuario dove tante persone sono in preghiera e poi tornato sul sagrato, assisto al flusso continuo di pellegrini che arrivano non solo alla spicciolata, ma in gruppi organizzati, con i costumi più diversi: da quelli Aztechi a quelli moderni di bande musicali e divise di ogni foggia. Arriva anche un gruppo di ciclisti che vengono da 600 chilometri di lontananza: sono tutti qui per la Vergincita e tutti cantano, ballano, suonano: è una vera festa!

Arriva l’ora del rientro e si va a cena in un locale caratteristico argentino dove si mangia benissimo soprattutto carne cucinata in tutte le maniere. Era da quando sono partito dall’Italia che non mangiavo così bene!

A dormire vengo condotto in un albergo a 4 stelle, nonostante le mie rimostranze per voler passare la notte a casa dei miei ospiti.

Sono molto stanco per una giornata così piena e appena mi corico mi addormento.

1_2_3_Dicembre 2004: Partenza da Dolores; Città del Guatemala e Antigua

1-2-3 DICEMBRE 2004            MISSIONI

1 Dicembre 2004 Mercoledì

È sempre una cosa triste prepararsi a lasciare un posto dove si è trascorso momenti bellissimi, dove si è ritrovata la motivazione per lavorare meglio e con maggiore dedizione nelle cose del Signore, dove si sono cominciate amicizie che sembrano promettere bene, dove…  Ma devo fare le valige. Questa notte partirò per la Capitale con il padre Giorgio.

Durante il giorno, torno a rivedere i luoghi di questo mio mese guatemalteco e incontro varie persone: chissà quando e se pure le rivedrò.

Alla sera andiamo a Poptùn per prendere la corriera per Città del Guatemala. Vengono con noi anche alcuni ragazzi del Centro Educativo perché vogliono salutarmi. C’è anche Carlos, ma lui verrà con noi perché deve sbrigare pratiche per la sua patente di guida e così starà con noi in città.

La corriera che avevamo prenotato con tanto scrupolo non viene: non passa proprio, l’hanno mandata a fare un’altra corsa! Cose guatemalteche! Dopo qualche ora di attesa, alle 23.30 arriva un’altra corriera e rischiamo di stare a terra perché è completa. Ci imbarcano perché ci vedono decisi nella protesta e così: adiòs Dolores, adiòs Octavio, adiòs a tutti con una grande voglia di restare e con propositi di tornare.

2 Dicembre 2004 Giovedì

Dopo una intera notte passata in viaggio rigirandomi sulla poltrona del pulmann, finalmente arrivo a Città del Guatemala o, come dicono qui, alla Capitale.

Andiamo subito al convento domenicano del Perpetuo Soccorro dove veniamo accolti con molta gentilezza e il padre Alfonso, che ci riceve, ci mette subito a nostro agio e ci dà le stanze dove abiteremo per questi due giorni.

Dopo colazione partiamo per Antigua, l’antica capitale abbandonata per via di terremoti che l’hanno semidistrutta.

Il viaggio è su un pulmann di linea un poco sgangherato dove si viaggia molto allo stretto. Vicino a me siede e sonnecchia un signore indio. I passeggeri salgono e scendono durante tutto il percorso e alla fine, dopo un’ora arriviamo a destinazione.

Voglio offrire un caffé al p. Giorgio ed a Carlos, ma frugatomi in tasca non trovo più il portafoglio: sparito. Torniamo alla stazione del Bus ma non troviamo niente e allora andiamo alla polizia per fare la denuncia. Mi sembra di essere in un film ambientato in america latina, ma purtroppo sono nella realtà. Con il portafoglio sono spariti un po’ di soldi, la carta di credito, la patente e la carta d’identità. Ho con me il passaporto che conservavo in altro posto. La gita ad Antigua è rovinata!

Proviamo a visitare qualcosa dei vecchi edifici restaurati, in particolare la chiesa francescana dove è sepolto santo Hemano Pedro che qui ha moltissimi devoti. Ci fermiamo a pregare e poi si torna indietro visitando ciò che si trova lungo la nostra strada.

Torniamo in convento, dopo pranzo provo a recuperare un po’ di sonno perso nella notte di viaggio.

Quando la siesta è terminata, visito la nostra chiesa. È una chiesa moderna in mattoni e con una struttura in ferro per il tetto. Il sacrista si accorge di me e mi accende tutto, come si fa per le grandi solennità e così posso fare foto e riprese con la telecamera. Mi colpiscono in particolare le statue di san Domenico e di san Martino de Porres e poi, sulla parete sinistra, vicino all’altare, noto una riproduzione della Vergine di Guadalupa a grandezza naturale. È stata fatta con il laser e così è un’immagine fedele, certificata dal cardinale della Città del Messico.

L’altare è addobbato con stelle di natale bianche, gialle, blu e, naturalmente rosse e da altre belle composizioni floreali. Chiedo perché e mi dicono che più tardi ci sarà la messa di ringraziamento per una ragazza che ha compiuto 16 anni. Concelebro anch’io, quando è l’ora e così scopro una nuova usanza: festeggiare quando la ragazza diventa donna.

3 Dicembre 2004 Venerdì

Dopo la messa, usciamo a visitare la città e a dare la possibilità a Carlos di fare i suoi documenti.

La cosa che subito mi colpisce è una guardia armata di tutto punto alla porta del nostro convento. È lì perchè pagata dai padri per garantire la sicurezza.

La città è bella con edifici solenni, ma anche qui, dappertutto guardie armate e porte e finestre in ferro, ben chiuse.

Visitiamo la cattedrale, imponente edificio neoclassico baroccheggiante e poi andiamo al mercatino dei tipicos lì vicino. Acquisto qualche regalo per gli amici e poi si punta sulla chiesa di san Domenico.

La chiesa di san Domenico con a fianco l’omonimo convento, mi sembra enorme. Davanti la chiesa c’è una bella piazza con due monumenti: uno a Fra Bartolomé Las Casas, nell’atto di predicare e con ai piedi un indio e l’altro, sul lato oppoeto della piazza, a un vescovo benemerito.

Entro in chiesa: è enorme. Qui c’è tutto il paradiso domenicano: statue e pitture dei santi del nostro Ordine e sull’altare maggiore, lassù molto in alto, la Madonna.

Andiamo al convento per salutare i frati che ci accolgono molto amabilmente ed il padre priore con il padre Bernardino Rodriguez, del quale poc’anzi avevo acquistato un volumetto sul Rosario al botteghino del convento, ci accompagnano a visitare la Chiesa e ce la illustrano. Ci fanno salire fino al piano della Madonna sull’altare maggiore: è la Madonna del Rosario e ci dicono che per tutto il mese di ottobre la chiesa si riempie mattina e sera di devoti del Rosario di Maria. La statua è bella ed è vestita sfarzosamente. Il vestito lo cambiano in occasione di feste o di ricorrenze particolari ed è sempre magnifico e coloratissimo. Trovo quadri enormi e famosi, come quello di san Tommaso e siccome vedo San Domenico con un baculo che sembra un pastorale, ma termina con una croce a due bracci orizzontali, chiedo che cosa significhi. Mi rispondono che quello non è il baculo vescovile ma quello patriarcale. Così ora ho capito anche il significato del baculo della statua di san Domenico che è nella sua chiesa di san Domenico a Iglesias.

Dopo il pranzo, consumato in un ristorante nei dintorni della cattedrale, prendiamo un bus per andare dalle suore di san Sisto.

Le suore stanno in periferia, in una zona a grosso rischio sicurezza. Dopo un bel po’ di strada si arriva al quartiere. Incontriamo una ronda di militari e noto che molte case sono circondate da un alto muro e qualcuna, tra cui anche quella delle suore, ha sopra il muro un filo spinato percorso dall’elettricità.

Le suore stanno facendo il ritiro spirituale e la madre vicaria dell’america latina, madre Gabriella ci accoglie nel suo studio. È molto anziana (ha quasi 90 anni) ma è molto lucida ed ha lo spirito dell’organizzazione, oserei dire del comando. Mi dà una videocassetta per la sua nipote a Selargius e poi, con un tassi rientriamo al nostro convento del Perpetuo soccorso.

Domattina il padre Alfonso mi accompagnerà all’aeroporto da dove, con la compagnia aerea Taca partirò per Città del Messico.

29_e_30 Novembre 2004: Giornate casalinghe

29-30 NOVEMBRE
MISSIONI

29 Novembre 2004 Lunedì

Sono stato tutto il giorno in casa, da solo, perché sia il padre Ottavio che il padre Giorgio sono andati a san Benito per una riunione sull’anno pastorale trascorso e sulla programmazione del prossimo. A quest’incontro partecipano tutti gli operatori di pastorale diocesana, di tutti i campi. Ne avranno anche per tutto domani.
Alla Sera, quando i padri tornano, il p. Ottavio ringrazia i benefattori italiani che mi hanno dato qualcosa da portare alla missione, scrivendo loro un breve messaggio che porterò io al mio rientro in Italia.

30 Novembre 2004 Martedì

Sono venuto a santa Elena con il p. Ottavio: lui parteciperà all’incontro di operatori di pastorale ed io farò i biglietti della corriera che mi porterà alla Capitale, per il rientro in Italia, saluterò il Vescovo, comprerò qualche padella per la casa parrocchiale di Dolores, perché quelle che ci sono fanno pena e guarderò la posta elettronica.
Il biglietto della corriera, se fatto da qui, costa 30 quetzales in più e quindi non lo faccio perché partirò non da qui ma da Poptún; il vescovo è fuori sede; le padelle le ho trovate ed acquistate; nella posta ho trovato una lettera di Araceli (la mia ospite mexicana) ma non le ho potuto rispondere perché il computer non accettava assolutamente di scrivere lettere!
Sono dalle suore domenicane e da qui sto scrivendo queste rige, in attesa che rientri il p. Ottavio e che si pranzi.

28_Novembre 2004: Visita alle aldee: Naranjon: padrino di Ana Lucrecia

28 NOVEMBRE 2004 DOMENICA      MISSIONI

28 Novembre 2004 Domenica

Alle 08.00 siamo partiti per Naranjon. La strada è stata appena sistemata da un greder che in questi giorni sta lavorando in Dolores e dintorni e quindi è sufficientemente scorrevole. Non mi fraintendete, niente di rassomigliante a una nostra strada, neanche le piú abbandonate, ma il carro Toyota del p. Ottavio la percorre agevolmente e dopo una ora e dieci arriviamo sul posto.

Come al solito il luogo è splendido e gli abitanti molto accoglienti e felici per la venuta del padre. Con noi sono anche, oltre suor Josefina, suor Blanca (la sua superiora e direttrice del centro nutrizionale) e una dottoressa argentina che presta la sua opera di volontaria presso detto centro.

In questa aldea si parla la lingua Quechí: una antica lingua maya, una lingua vera e propria che non rassomiglia neanche lontanamente allo spagnolo o ad altra lingua che io conosca o abbia sentito. Qui le scuole sono di insegnamento bilingue. Per ora c’è solo la scuola elementare con ben 7 maestre, ma contano di avere presto – l’hanno prossimo se riusciranno – il corso basico, cioé le nostre scuole medie.

Il p. Ottavio si serve di un intereprete, il catechista, che conosce tutte e due le lingue: spagnolo e quechí. La messa sarà bilingüe, naturalmente.

Oggi qui a Narajon è la festa patronale: la medaglia miracolosa. È anche la festa delle suore che sono con noi perché sono suore della carità (vincenziane). Ci sono le cresime (12), i battesimi (3) e le prime comunioni (6).

La comunità cattolica ha qualche problema al suo interno. Il catechista raduna i responsabili della comunità perché il p. Ottavio ci possa parlare e con loro chiarire ogni cosa. Dopo due lunghissime ore di discussione con questi responssabili, il p. Ottavio e le suore riescono a portare la necesaria serenità perché la comunità possa continuare bene il suo cammino di fede.

Vedo molto movimento intorno e dentro la cucina comune. Dirimpetto alla chiesa c’è appunto la cucina comune (come anche in altre aldee) ed oggi è in funzione perché tutti sono invitati a condividere il pasto. Faccio un po’ di foto alle mamme affaccendate attorno alle pentole nelle quali galleggiano patate, verdure varie, pezzi di pollo. Una di loro mi avvicina e mi chiede di fare qualche foto durante la cresima (così, almeno io ho capito). Rispondo di si e continuo a filmare le scene culinarie.

La chiesetta è abbastanza carina e curata, addobbata per la festa e con fiori freschi, invece dei soliti fiori di carta che qui sembrano andare fortissimo!

Don Carlos c’invita a casa sua per il pranzo: la suora Josefina dovrà fare da madrina alle sue due figlie che riceveranno la cresima. Veniamo così allontanati dal luogo dove la comunità pranza tutta riunita: peccato!

La casa di Carlos è poverissima: una capanna dove dorme tutta la famiglia insieme e un’altra capanna costruita a metà: la cucina. L’ambiente è veramente misero, ma c’è aria di festa e tutti sono contenti che noi: padri, suore e la dottora siamo loro ospiti. Hanno solo due panchette dove si siedono la dottora e la madrina (suor Josefina) mentre il p. Ottavio si siede su un’amaca ed io con suor blanca sui bordi di un tavolino ingombro di ogni cosa. Arriva il pasto: pollo in brodo, in una tazza da caffellatte e dobbiamo mangiare con le mani perché non ci sono posate. Segue anche il “tamal”: pasta di mais che avvolge della carne, il tutto a sua volta avvolto con un pezzo di foglia di banana e fatto cuocere a bagnomaria: una squisitezza, mi si dice, perché non ho avuto il “coraggio” di assaggiarlo. La bevanda è una tazzona di cioccolato che mi guardo bene dal bere: Montezuma, o chi per lui, è sempre in agguato! Un pranzo eccezionale veramente che sicuramente avrà messo a dura prova le magre entrate della famiglia.

Terminato il pranzo andiamo via con una certa sollecitudine per dare modo a tutti, soprattutto alle ragazze cresimande, di prepararsi per la funzione religisa che si svolgerà di lì a poco.

Mi avventuro nella direzione della giungla e arrivo dopo pochi minuti ad una grande roccia alla cui base scaturisce una sorgente, che poi diventa ruscello. L’acqua è incanalata da un tubo da 15 cm e da esso zampilla a getto pieno formando un laghetto dove maestosamente galleggiano alcune papere e relativi “bambini”. Per arrivare al tubo e poter bere ci vogliono gli stivali con i quali entrare in questa pozza d’acqua, ma io non li ho. Mi spenzolo ugualmente sulla pozza antistante la sorgente, formata dal getto, rischiando di finire ingloriosamente nell’acqua, dove sguazzano allegramente le papere. Con molto sforzo, sporgendomi verso equilibri sempre più precari, e tendendo la mano, riesco a bere dalla mia stessa mano protesa sotto il tubo.Tornato alla chiesetta vedo che nello spiazzo che la fiancheggia e che è stato ricavato da poco, rubandolo alla boscaglia, è in corso un partecipatissimo gioco: la pentolaccia e padre Ottavio anima il tutto. Una quarantina di bambini assediano un loro compagno debitamente bendato, aspettando che, rompa a legnate, il fantoccio che spenzola da una fune ed è maneggiato con maestria dal p. Ottavio. Da questo fantoccio, quando colpito dal randello e rotto, salteranno fuori tante caramelle. Il gioco è molto appassionante. Quando finalmente il fantoccio cede il suo tesoro, il gioco ha termine e tra le grida festose di tutti, si va in chiesa.

Confessioni e poi messa. Oggi è la prima domenica di avvento ma per Narajon è la festa patronale della Vergine della Medaglia mniracolosa.

Confesso le ragazzine della cresima e qualche genitore e poi comincia la messa. La chiesa è gremita e c’è molta gente fuori perché dentro non ci sta più nessuno. Rivedo mentalmente le cresime, comunioni e battesimi che si celebrano nelle nostre chiese. Qui al centro di tutto c’è veramente solo il sacramento, ricevuto con il vestito più bello (non pensate ai nostri vestiti!) e non ci sono ristoranti prenotati, regali favolosi e cose del genere. C’è gioia grande ed è perché Dio ci dona la vita (battesimo), se stesso (comunione) e il Suo Santo Spirito (cresima). Da noi questa gioia l’abbiamo dimenticata da un pezzo, indulgendo a un consumismo che fa passare in secondo piano il sacramento.

La ragazze della cresima sono tutte vestite elegantemente ed hanno tutte un veletto bianco, adornato con qualcosa, sempre bianca, sulla testa. Mi sono chiesto come fanno a essere così pulite e con i vestiti perfettamente stirati e pulitissimi, visto che in “casa” non hanno armadi e dappertutto, ma proprio dappertutto, è pieno di fango: sarà uno dei tanti misteri che mi porterò dietro!

Cantano e suonano, animando la messa, quelli dell’aldea di di Sacul Arriba (l’aldea vicina).

Si arriva al momento delle cresime ed io mi do da fare per le foto dei ragazzi (qui non ci sono fotografi che si disputano i clienti!). A un certo punto una ragazza si presenta senza madrina. Il p. Ottavio chiede che la madrina si faccia avanti e la madre della ragazza, indicando me dice: ”No madrina, padrino, el” Ottavio mi guarda e mi dice: “sembra che il padrino sia tu”. Riconosco la signora che nella cucina avevo capito mi chiedesse delle foto per la cresima: non erano foto che voleva, ma mi chiedeva di fare da padrino a sua figlia. Subito mi metto a fianco di Ana Lucrecia (così si chiama la mia ahijada (figlioccia) e divento padrino di una ragazza del Guatemala.

Sono contento, ma non so proprio come si usa qui: non so neppure come si chiamano i miei compari, anzi non so neppure chi sia il babbo. Poi apprendo che il papà di Ana è don Pedro, uno dei papà che hanno partecipato alla riunione chiairificatrice della mattina.

Dopo la celebrazione, un po’ di foto di rito. La foto con la mia figlioccia me la fa la dottora argentina. Non ho con me niente che rassomigli a un regalo, e neanche soldi ho con me, neppure un quetzale, tanto, nelle aldee, come lo avrei speso? Chiedo un prestito al p. Ottavio e lascio un po’ di soldini ad Ana. Raccolgo un po’ di dati, da quelli forniti per il registro, eccoli: Ana LucreciaVárquez Ramírez di Pedro Várquez Perez e di Maria Paula Ramírez nata a Sacul Arriba il 18 ottobre 1990, frequenta il quinto anno delle elementari. Resto un po’ deluso per i 14 anni = 5 elementare ma mi dicono che per le ragazze delle aldee è un sucesso e che sono poche quelle che terminano le elementari. Mi chiedo cosa può fare un padrino italiano per una figlioccia guatemalteca che neppure conosce bene. Mah!

La giornata si conclude con il rientro a casa. Questa volta mi porto dietro anche una gioia e una preoccupazione in più.

27_Novembre 2004: La giornata dei Diplomi

27 Novembre 2004 Sabato

Oggi è il grande giorno del Collegio: si consegnano i diplomi ai nuovi diplomati in “Ecoturismo”.

Il padre Giorgio è stato fino alle 4.00 del mattino a preparare gli addobbi e i particolari di tutta la cerimonia con i ragazzi che oggi si diplomeranno.

Alle 07.30 c’è la messa di ringraziamento. Chiaramente, ora chapina, per cui si comincia alle 8.00.

Questa celebrazione della consegna dei diplomi è stata spostata di data ed è andata ad impattare con la convivenza dei catechisti per cui il p. Ottavio ha difficoltà a partecipare alla messa.

L’ingresso in chiesa è di quelli solennissimi: i ragazzi sono tutti in divisa. Quelli degli anni precedenti fanno ala al centro della navata ai loro compagni “arrivati” alla fine del corso, anche loro elegantissimi nella divisa della scuola.

Il p. Giorgio fa una bella omelia e ringrazia il Signore con tutti i presenti: ragazzi e loro genitori e parenti.

I diplomandi sono 38, ma sono presenti solo 37 perché a un ragazzo è stato ucciso un fratello: chiaramente, dopo la deplorazione per il brutale assassinio, preghiamo per il morto, per l’alunno diplomando e per la sua famiglia.

Alla fine della messa i genitori e i diplomandi vengono chiamati personalmete all’altare e i genitori consegnano ai loro figli l’anello. Tutti questi anelli, posati sull’altare, sono stati benedetti dal padre Giorgio che li ha inzuppati abbondantemente con l’acqua santa.

È un momento di commozione profonda e di tanti pensieri che volano indietro nel tempo ai numerosi sacrifici affrontati perché questo figlio abbia una vita migliore. La parola che oggi sentirò di più è “desarrollo” = sviluppo, con tutte le forme verbali legate ad essa.

Terminata la cosegna degli anelli, siamo tutti invitati al Collegio per la onsegna dei diplomi.

La sala che ci accoglie è solennemente addobbata per questa grande occasione: questa è veramente la giornata del Collegio, che vede concretizzarsi nel titolo di studio consegnato, tutti gli sforzi educativi di tre anni. È la quarta volta che in questo collegio si diplomano i ragazzi.

La sala si riempie all’inverosimile e quando tutto è pronto comiciano le cerimonie di protocollo. Ingresso della Bandiera del Guatemala e musica dell’inno nazionale; ingresso della bandiera del collegio e musica dell’inno del collegio san Martín de Porres. S’introduce poi una piccola statua del santo patrono san Martín che viene messa bene in evidenza sul palco. Sempre gli alunni degli anni precedenti, tutti in divisa, fanno ala ai loro compagni diplomandi che pure indossano la divisa delle grandi occasioni: sono bellissimi!

Poi entrano i docenti ed infine i diplomandi sono introdotti ad uno ad uno, su chiamata nominale, dal p. Giorgio, visibilmente commosso, che li accompagna fin sul palco.

Quando tutti sono nella sala e i diplomandi hanno tutti occupato le sedie sul palco, si canta l’inno nazionale. Il responsabile scolastico governativo del Petén dice alcune parole di circostanza, mettendo l’accento sul fatto che l’ecoturismo può essere il fattore sul quale il Guatemale può giocare il suo futuro.

Si avvicendano a parlare tutti “gli aventi diritto” e poi si passa alla consegna dei titoli. Comprensibile la commozione che porta con se questo momento.

Terminata la consegna dei diplomi, il p. Giorgio consegna a tutti i neo diplomati un distintivo del collegio e ne approfitta per affidare a ciascun ragazzo un messaggio personale, sussurrato in un abbraccio paterno.

Sono invitato a pranzo nel salone comunale, ma siccone ho un forte raffreddore, preferisco tornare a casa e mettermi a letto.

Oggi hanno aperto una “tiendita” (una piccola rivendita di bibite e cose varie) proprio davanti alla nostra porta, sul lato opposto della strada. La musica per rendere noto l’avvenimento è a tutto volume.

Non è una novità questa della musica, qui in Dolores: dappertutto: nelle case, nelle strade e dovunque, sembra che, se non sono ascoltate a tutto volume, le canzoni non vadano bene. E così sono bombardato da un’incredibile quantità di decibel, che aiutano il mio mal di testa a persistere tranquillamente.

La serata trascorre tranquilla, musica a parte, e si programa perché domani, se starò bene, andrò in un’aldea: Naranjon= grossa arancia.

Avevo già chiuso così, pensando che la giornata fosse finita e invece siamo andati, il p. Ottavio ed io, alla cancha del calcetto e abbiamo partecipato al concerto di marimba, come domenica scorsa. Ho fatto amicizia con don Ottilio, il conduttore che tra un pezzo di musica e l’altro suonato dall’orchestra fa un po’ di storia di Dolores e del Petén.

25_e_26_Novembre 2004: I Catechisti al Centro Pliformativo; il diploma artigianeria

25 NOVEMBRE 2004  GIOVEDÌ          MISSIONI

25 Novembre 2004  Giovedì

Oggi ho passato tutta la giornata in casa. Ho completato il diario fino ad oggi.

Padre Giorgio è impegnato con i documenti della scuola ed è andato al provveditorato a santa Elena.

Sono stato con lui al provveditorato giorni fa: tutto è fatiscente e dà l’idea della provvisorietà. Le persone dell’ufficio sono molto gentili. Lo spazio riservato agli uffici è davvero ristretto e, siccome non ci sono né armadi né scaffali, il pavimento è coperto da centinaia, forse migliaia di cartelle e documenti vari.

Ogni impiegato ha il suo computer, anche abbastanza moderno e molte cose le fanno proprio con la computadora.

Il p. Ottavio deve dare gli ultimi ritocchi al centro poliformativo perché domani ospiterà il primo incontro dei catechisti di tutta la parrocchia, aldee comprese. È una convivenza che cominerà il pomeriggio di domani e terminerà con il pranzo di sabato. La parrocchia si fa carico del mangiare e dell’alloggio dei convenuti che collaboreranno portando frijoles e maìs.

Alla sera, alle 19.00 partecipo all’ora santa: un’ora di adorazione, nella chiesa parrocchiale. L’ora santa è stata accompagnata da una violenta e copiosissima pioggia che, cadendo sul tetto di onduline metalliche della chiesa fa un gran baccano e sembra ancora piú forte!

26 Novembre 2004 Venerdì

Anche oggi ho passato tutta la mattinata in casa perché il p. Ottavio deve preparare l’incontro dei catechisti e il p. Giorgio è impegnato con le ultime rifiniture per la cerimonia della consegna dei diplomi della scuola san Martin de Porres.

L’incontro/convivenza dei catechisti si fa ogni mese e questa volta viene usato per la prima volta il centro poliformativo.

Sul tardi della mattinata andiamo da Cebito (Eusebio) un catechista e responsabile della politica della terra, per vedere la culebra che circa un mese e mezzo fa ha catturato. Si tratta di un anaconda enorme, lungo più di 2 metri e con una circonferenza di circa 30 cm. Lo tiene rinchiuso in una gabbia di 50×50 e quando Cebito lo tira fuori è tutto anchilosato e fa fatica a distendersi sul terreno. Questo grosso rettile sembra un po’ intontito e assonnato, tanto che lasciato libero a terra si muove proprio a stento. Mi fa impressione, ma soprattutto mi fa compassione. È un anaconda e, vedendo quanto è grosso, pur essendo cucciolo, non si fa fatica a pensare che pur non essendo velenoso, se si capita tra le sue spire, sarà difficile liberarsene.

Il pomeriggio alle 14.00 comincia l’incontro. I catechisti arrivano da tutte le aldee e cominciano ad accupare la bella sala riunioni ottagonale che è posta all’ingresso del centro poliformativo.

Cominciano con una riflessione e una preghiera sul tema della violenza alle donne, portando fatti noti pubblicati dalla stampa e conosciuti dai presenti.

Io m’incarico di fare  delle foto e delle riprese di tutto il centro poliformativo e dell’attività in corso. I locali sono molto belli e funzionali, le persone hanno già messo le loro cose nei quattro dormitori, quelli per i maschi e quelli per le donne. In cucina fervono i parativi per la cena. Mi dicono che ogni mese si fa carico di questo servizio di preparazione dei pasti un’aldea diversa, a turno.

Tornato nella sala/incontri, trovo il padre Ottavio che spiega e tutti che partecipano attenti e con varie domande.

Verso le 16.00 vengo portato al collegio dove ci sarà la consegna di un diploma ai ragazzi che hanno frequentato un corso di “artigianeria”. Il professore, mandato da Ministro della pubblica istruzione, il padre Giorgio e tutti i partecipanti fanno una breve ma significativa cerimonia, sfilando con le bandiere del Guatemala e del Centro Educazionale (come lo chiamano qui); canto dell’inno nazionale e di quello del collegio, discorsi ufficiali e consegna del diploma di “artigianeria”.

Gli elaborati dei ragazzi sono degli angioletti e dei simboli maya in legno, scolpito da loro.

Alle 19.00 ritorno al centro poliformativo per la santa messa. In queste messe mi ha colpito soprattutto l’attenta partecipazione e gl’innumerevoli interventi alla preghiera dei fedeli (anche troppi!!), oltre, naturalmente i canti, sempre fatti con entusiasmo e trasporto.

Alla fine della messa mi viene chiesta una testimonianza. Dico ai catechisti che li ammiro moltissimo perché tengono viva la presenza di Gesù e della chiesa in tutte le aldee nonostante le difficoltà più differenti ed evidenti. Il Missionario può veramente contare su di loro, come, del resto, loro contano sul missionario.

24_Novembre 2004: Visita a TIKAL: l’incanto della foresta e dei Maya

24 NOVEMBRE           MISSIONI

24 Novembre 2004 Mercoledì

Oggi levataccia: alle 5.30.  Per i Padri e per la popolazione è l’ora normale della sveglia!

Oggi andrò a Tikal. Questo è un sito archeologico Maya, il più importante del Guatemala, così si legge nelle guide e così sapevo anch’io. Giorni fa era stato a Tikal Federico, un giovane nuorese che è qui per fare volontariato e per i suoi studi e vive con noi. Al suo rientro non aveva la faccia di chi è andato a vedere rovine, sia pur maestose, importanti, solenni: aveva un viso diverso, quasi trasognato, direi. Siccome non ero capace di sognare con lui, mi è sembrato un po’ deluso di me e mi ha detto che ne avremmo riparlato dopo che avessi visto anch’io Tikal.

Dunque oggi a Tikal.  Appuntamento alle 06.00 per prendere il pulmino che ci porterà a s. Eléna e poi da lì, con un altro pulmino, a Tikal.

Mio compagno di viaggio, con compito di guida è Carlos, un giovane del nostro collegio che sabato prossimo prenderà il diploma di perito in ecologia e turismo con il massimo dei voti. Sta studiando per essere ammesso, il prossimo anno accademico, a frequentare medicina all’università di Sassari. Parla italiano benino.

Intanto comincia ad arrivare con mezz’ora di ritardo (l’ora chapina è sempre in agguato!)

Quindi partenza. Arriviamo all’ingresso del parco alle 09,20. Biglietto: forestieri 50 quetzales, indigeni 15!

Si entra in una foresta splendida e si percorrono quasi 20 km di questa foresta/giungla che mi affascina totalmente. Dietro ogni albero gigantesco mi aspetto di veder comparire il giaguaro (abitante di questi boschi), qualche scimmia appesa ai rami, dei tucani svolazzanti ed altri animali più o meno esotici: niente di tutto questo. Credo che gli animali avessero altre cose da fare che contentare la curiosità dei tantissimi turisti che tutti i giorni, anche oggi, venivano a rompere la loro tranquillità.

Il pulmino ci lascia in un vasto parcheggio e ci avviamo a piedi.

Ci allontaniamo dagli altri gruppi vomitati nella foresta dai numerosi pulmini ed, essendo solo in due, riusciamo a cogliere tutto il fascino del silenzio e dei rumori della giungla.

Carlos si dimostra un ottima guida: mi conduce per sentieri appena tracciati nel folto, non per le agevoli strade dove passano tutti, mi dice i nomi degli alberi e mi spiega l’impiego de loro legname, mi fa assaggiare il frutto del “ramon” una specie di corbezzolo nella forma esterna ma di sapore totalmente diverso e con dentro un solo grande seme. Mi spiega che era il sostentamento del popolo Maya quando c’era siccità e il mais scarseggiava e che oggi lo mangiano le scimmie; Mi parla della Ceiba: l’albero che è diventato emblema nazionale, fantastico nella sua imponenza. Mi fa conoscere l’albero (il Chicozapote) da cui si estrae e soprattutto si estraeva prima che fosse utilizzata quella di sintesi chimica, la chica, l’elemento principale per la cosiddetta gomma americana (anche il Guatemala è America e non solo gli Stati Uniti!).  Conosco l’albero che produce il legname più pregiato per costruzioni e mobili. Le capanne/case e chiese delle aldee sono tutte con le pareti formate da larghe e spesse tavole.

Si cammina a lungo nella foresta, bellissima, affascinante, ma di templi maya nessun segno. Lo dico a Carlos che mi chiede di pazientare e che comunque quella zona che stiamo attraversando era tutta abitata e coltivata dai maya che hanno abitato qui dal 900 a.C. (e anche prima) al 300 d.C. Hanno abbandonato questi luoghi perché la carestia li ha costretti a cercare cibo altrove.

Il parco archeologico attuale, comunque, è di 16 km quadrati e sicuramente è molto più grande perché non si è scavato e restaurato tutto. Probabilmente restano preda della foresta con la sua vita prorompente, con le radici dei suoi alberi secolari ed enormi, chissà quanti altri monumenti. È notizia di questi giorni la scoperta di un sito ancora più grande di Tikal, ma tutto da rimettere in luce.

E così, camminando, arriviamo in una radura da dove emergono delle piramidi relativamente piccole, chiamate gemelle perché uguali a due a due e non tutte restaurate. Sono il segno del culto maya che utilizzava l’astronomia, come del resto altre grandi civiltà, per regolare le proprie relazioni con le varie divinità, soprattutto legate alla produzione e al sostentamento: terra, acqua, sole, vento ecc…

Queste piramidi cominciano ad aprire varchi che permettono all’atmosfera che si crea tra giungla misteriosa e rovine, misteriose anch’esse, di entrare nella mia vita. Carlos si dimostra una valida guida ancora una volta, raccontandomi di riti particolari, di guerre e di battaglie tra le popolazioni della zona, di sacrifici umani fatti con una violenza incredibile per noi di oggi (anche se di violenze ne facciamo di peggiori, basti pensare alla fame di tanti e all’agio di pochi, alla mortalità infantile, alla vita basata non sul rispetto della persone ma sull’economia, ecc…).

Continuando la nostra esplorazione, dopo altri bellissimi passi nella giungla, arriviamo ai piedi del tempio maya più alto della zona: il tempio 4: qui tutto é catalogato a cifre e lettere dell’alfabeto.

Del tempio si vede solo la sommità, il resto è tutto avviluppato dalla vegetazione. Enormi alberi sono cresciuti lungo le sue ripide scalinate e radici poderose affondano i loro tentacoli nella profondità della costruzione maya.

Prima di affrontare la scalata (il termine non fu mai più appropriato, perché ci aspettano alte e ripide scale di legno, appoggiate alle sottostanti scalinate in pietra non ancora scavate e restaurate), ci riposiamo un poco, seduti con tanti altri turisti, che nel frattempo abbiamo reincontrato e che da ora in avanti incontreremo sempre durante questa nostra visita. Guardo con trepidazione tutti quei gradini, e non li vedo tutti perché alcune rampe delle ripide scale si perdono lassù in alto nell’intrico della selva: dovrò salire tutti i 70 metri di scale se vorrò arrivare alla cima del tempio!

Ripreso fiato dopo la camminata nella foresta, cominciamo a salire le scale di legno. La salita è sempre più faticosa ed io affanno abbondantemente mentre con lo sguardo cerco ansiosamente il punto dove finiscono finalmente queste scale!

Alla fine si arriva. La vista che si gode da quassù è qualcosa di incredibile! In tutte le direzioni si distende una foresta infinita, intensamente verde. Da qui si vedono le cime degli alberi che formano come un immenso, intenso tappeto di smeraldo. Verso occidente, dalle cime degli alberi spuntano le “creste” (così qui le chiamano) di altri templi: il n. 5, 2, 1, 3 e il Mundo perdido. Sopra di me la cima del tempio n. 4: non si può salire fin lassù. È proprio il caso di fermarsi, astrarre da tutte le voci degli altri visitatori che mi circondano, fare silenzio dentro di me, visto che fuori non si può fare, e lasciare parlare quella natura ricca di tutto quel verde e delle antiche vestigia che sto calpestando.

Nella mente si affollano tanti pensieri e soprattutto la LODE a Dio, capace di tali realizzazioni.

Dopo aver goduto quell’immensità palpitante, si affronta la discesa: è più facile di quanto avessi immaginato e velocemente arrivo alla base.

Il cammino nella foresta continua. Arriviamo al Mundo perdido. Di nuovo piramidi restaurate e no e abitazioni e soprattutto alberi e foresta. Incontriamo un gruppo d’italiani e davanti al tempio n. 3, prima un tucano, poi uno più piccolo e poi un altro e un altro ancora: tanti tucani affollano le chiome degli alberi sopra di noi: colori vivacissimi, la coda gialla, il becco rosso, il corpo nero, e altre chiazze di altri colori vivacissimi, volano di albero in albero facendosi ammirare.

Sosta per mangiare il pranzo al sacco che ci ha preparato il p. Giorgio. Ci accoglie una capanna con tanti tavoli, preparati proprio in vista di tali soste. Di fronte a noi i servizi igienici. Tutto qui è molto pulito e curato e ci sono gli incaricati che pensano a rendere il posto sempre accogliente. Qui nessuno butta per terra l’immondezza creata con avanzi vari. Ci sono tanti raccoglitori e ciascuno si sente in obbligo di non inquinare un mondo così bello.

Dopo dieci minuti di riposo dopo il pranzo, si cammina ancora per un poco e si è subito dietro lo splendido tempio 2 detto anche del mascherone o della regina perché il mascherone in rilievo sulla cima della sua facciata rappresenta il viso della regina. Su questo tempio si può salire attraverso, anche qui, delle scale di legno. La facciata principale del tempio dà in una bellissima piazza con un prato verde molto curato. Di fronte si erge il gemello tempio n. 1 o del giaguaro, per la testa di giaguaro che fa pandam a quella della regina e che rappresenta il re di cui non mi ricordo il nome e che era chiamato il giaguaro.

Saliamo le scale che portano alla sommità del tempio 2 e via via che si sale mi accorgo dello splendore di quella piazza, del tempio di fronte a noi, delle costruzioni mastodontiche a destra e a sinistra (le acropoli) dove si svolgeva la vita amministrativa e quella civile del popolo maya. Anche questi quaranta metri di scale sono superati e di nuovo ti entra dentro quel qualcosa che ti obbliga a fermarti, fare silenzio, riflettere, fare entrare immagini, ricordi di cose mai vissute, sensazioni nuove e ancestrali: il tutto in un rimescolìo che mette a nudo tante parti di te stesso che non sospettavi neppure di avere.

Come ho già detto, sulla cresta del tempio di fronte a noi (il n. 1) c’è la figura del giaguaro, simbolo del re che lo ha costruito e sulla cresta di quello sul quale mi trovo c’è il mascherone della sua sposa. Non riesco, per ora a distinguere né l’uno né l’altro: Il giaguaro lo vedrò poi dal prato, il mascherone ho dovuto solo immaginarmelo perché non sono riuscito a distinguerlo!.

Ci fermiamo a lungo in questa zona dall’atmosfera magica e mentre saliamo e scendiamo per le scalinate, mentre entriamo nelle abitazioni nobiliari, mentre camminiamo su sentieri elevati dal livello del prato della piazza, continuamente nuovi scorci mozzafiato si aprono davanti ai nostri occhi e alla nostra mente e fantasia.

“Quello è il campo di calcio” mi dice Carlos indicando sul lato destro del tempio n. 1 un rettangolo di circa 4 mt x 10 coperto di erba verde con lungo i lati lunghi le gradinate. Avevo sentito parlare del gioco della pelota dei Maya, ma m’immaginavo qualcosa di più imponente: quel piccolo riquadro verde ridimensiona tante mie fantasie!

Mi sono disteso sul prato a sognare e poi… bisogna rientrare perché devo confermare il volo da città del Guatemala a città del México e l’agenzia chiude alle 17.00 e se non si conferma non si trova più posto.

Confermato il volo e pagato il relativo biglietto, si va a Flores dove una bella birra fresca cancella un po’ di sete e di calura accumulati durante la giornata.

Una visitina a Internet: il p. Daniele ha già messo in movimento i suoi amici messicani che verranno a prelevarmi all’aeroporto e sarò loro ospite nel mio breve soggiorno mexicano.

A cena da “Picasso”, sempre a Flores, una pizzeria gestita da un torinese, ormai di fatto guatemalteco avendo anche sposato una di qui. La pizza è passabile ma ha un sapore particolare, buono ma diverso da quello delle nostre pizze.

Rientro con una corriera al volante della quale un autista con vocazione da gran premio, oppure ubriaco o pazzo! Quando scendo dalla camioneta, ringrazio vivamente Dio di essere arrivato sano e salvo!

22_e_23_Novembre 2004: Visita alle aldee: El Pedregal: Alberta

22 NOVEMBRE           MISSIONI

22 Novembre 2004  Lunedì

Questa mattina ho aggiornato il diario al computer e poi sono andato alla chiesa parrocchiale dove cominciava un corso di restauro.  Ho trovato la signorina (la professora) che deve tenere il corso, insieme a un bel gruppo di alunni del nostro collegio.

Il padre Giorgio mi aveva presentato l’insegnante qualche giorno fa e mi aveva chiesto di fare delle foto per lei, per il restauro della chiesa parrocchiale.

Così, armato di machina fotografica mi sono dato da fare, fotografando tutto quello che mi è stato richiesto di fotografare per organizzare il restauro.

La chiesa ed il gruppo di restauro

La chiesa ed il gruppo di restauro

Tornato a casa ho continuato l’aggiornamento del diario.

Il pomeriggio è stato di tutto riposo.

Alle 18.00 sono andato con il p. Ottavio a Poptún per mandare una e-mail al p. Daniele Cara con il progetto del mio ritorno a casa: partirò da Dolores il 2 dicembre verso la Capitale e poi di lì andrò in México il 4 dicembre alle ore 10.00 con una compagnia aerea locale. Dal Messico ripartirò, secondo il programma già fatto, il 5 dicembre alle 22.00: il tutto a Dio piacendo!

Dopo Internet, siamo andati alla Villa de los castellanos perché è in corso un ritiro dei laici responsabili della pastorale di tutto il vicariato. Ottavio è venuto qui perché è vicario del vescovo che è impedito a venire.

Abbiamo cenato insieme ai laici e dopo cena abbiamo celebrato la messa.

É stata una messa molto partecipata: la preghiera dei fedeli non finiva più!

Dopo la messa mi è stato chiesto un intervento, che ho fatto, in italiano e che il p. Ottavio ha tradotto. Tra le altre cose ho detto che uno dei ricordi più belli che porterò con me in Italia è il coinvolgimento e la preparazione dei laici nell’apostolato: sono stupendi!

Dopo la messa canti con dinamicas e poi, a casa.

23 Novembre 2004  Martedì

Partenza per l’aldea di El Pedregal. Con noi la sempre disponibile suor Josefina e gl’immancabili ospiti sulla palangana: gente che approfitta del viaggio del missionario per andare a trovare parenti all’aldea alla quale siamo diretti o a qualche aldea che troviamo di passaggio. O  anche persone che tornano a casa, o hanno altri motivi per intraprendere questo viaggio: il padre non nega un passaggio a nessuno e siccome il luogo più capiente del Petén, secondo l’esperienza che sto facendo, sono le palangane dei vari carri o camion, il passaggio si trova sempre.

Lungo la strada vediamo molti lavoratori campesinos (=contadini) che stanno sembrando la selpa (seminando il mais) o sembrando frijoles (fagioli). Ancora non è stata cosechada (raccolta) la milpa della semina precedente e già si provvede alla nuova perché qui nel Petén e solo nel Petén, non in tutto il Guatemala, si fanno due raccolti all’anno di mais e di fagioli.

Il viaggio dura un’ora ma sembra molto più lungo per il disagio della strada già raccontato e che è sempre lo stesso in questi spostamenti alle aldee.

Arriviamo finalmente e capisco il nome dell’aldea: El Pedregal: rocce e pietre affioranti dappertutto. L’aldea si trova in una bella valle, manco a dirlo verdissima, con una sorgente incanalata a realizzare un lavatoio per i panni e pieno di donne a lavare.

El Pedregal

I Bambini

L’inossidabile hermana Josephina

Catechesi

Albertina

Le Mamme

Le risorse del machete

Il solito campetto verde con il fondo “naturale”, cioè non spianato a dovere, i cavalli che pascolano nel campo e un po’ dappertutto. Qui tutti hanno il o i cavalli, che sono il mezzo di locomozione e trasporto più usato, data la condizione delle strade e la impossibilità non solo di avere un’auto. Alcune aldee hanno comprato comunitariamente un camioncino che fa servizio giornaliero tra l’aldea e il paese e questo è già un grosso passo avanti. Si incontrano spesso cavalli, muli e somari carichi di sacchi gonfi di mais o di altro e che vanno o al molino o al mercato o da chi comprerà il prodotto dei campi così trasportato.

La chiesetta è chiusa perché anche il catechista è a seminare e veniamo accolti in casa di don Adrian, un signore molto attivo e dalle tante iniziative: ha una casa “signorile”, in pietra (cosa più unica che rara), i campi ben tenuti ed ha scavato varie pozze per raccogliere e conservare l’acqua piovana (delle specie di laghetti) perché il bestiame possa dissetarsi.

Ha undici figli (sei femmine e cinque maschi) ed uno di loro, Vidal, ha avuto da sua moglie una bella bambina, Iriselda, nata un mese fa. Il babbo e la mamma della bimba seduti sul bordo del letto con la loro figlioletta in mezzo, sembrano il quadro di un natale vivo e che, come data di calendario, è alle porte.

Scopro che una bambina di don Adrian, di otto anni, si chiama Alberta: nome abbastanza singolare  che mi colpisce anche per la omonimia con me. La bimba, appena sente che mi chiamo padre Alberto, si avvicina senza alcun timore e mi si siede accanto.

A metà mattinata, verso le 11.00, il padrone di casa mi porta una tazza da caffellatte colma di riso cucinato con zucchero di canna: è un alimento dolciastro che non incontra i miei gusti. Don Adrian insiste perché lo mangi e così provo a ingurgitarne qualche cucchiaiata ma dopo un po’ desisto perché proprio non mi va giù. Il p. Ottavio mi viene in aiuto, levandomi dall’imbarazzo e finendo lui (un po’ di nascosto per non farmi scomparire davanti ai nostri ospiti) tutto quel tazzone di riso: mi ha proprio evitato una brutta figura!

Pranziamo da don Adrian: gallina in brodo con riso e le immancabili tortillas di mais. Il pasto è molto buono e saporito. Sto attento a non bere se non acqua “pura”: acqua trattata per i germi, per evitare problemi di dissenteria.

Il pomeriggio, riunione e poi messa, preceduta da confessioni, come al solito. Oggi risulta difficile, siamo nel periodo della semina, avere il popolo riunito nel primo pomeriggio e così si tergiversa e si comincia la messa alle ore 18.00 (era prevista per le 16.00) per dare tempo  alla gente di rientrare dal lavoro nei campi.

Finalmente si comincia la messa al lume di una lanterna a petrolio. Qui si conserva il Santissimo nel tabernacolo. Il solito entusiasmo e la solita grinta nell’esecuzione dei canti.

Un rammarico del padre Ottavio: ci sono poche comunioni perché qui come anche nel resto del Guatemala, molte coppie sono irregolari, convivono senza essere unite dal sacramento del matrimonio (come ho già detto sopra) e quindi non possono accedere all’Eucaristia e alla Penitenza. L’hanno scorso in tutta la parrocchia, aldee comprese, ci sono stati più di 300 battesimi e 17 matrimoni religiosi!!

Terminata la messa si rientra con il nostro solito carico di umanità nella palangana e tante cose che ti frullano nella mente e ti obbligano a riflettere e, forse, a crescere.

21_Novembre 2004: Visita alle aldee: San Lucas:il fascino del fiume; Matrimonio d’amore

21 NOVEMBRE 2004          MISSIONI

21 Novembre 2004 Domenica

Si parte per l’aldea san Lucas. Quest’aldea nasce da una scissione dell’aldea Limones per motivi di contrasti interni. Esiste da sei anni. Mi sembra un po’ più disordinata delle altre aldee ma noto con piacere che ogni casa-capanna ha il suo chorro (un rubinetto) di acqua, collegato a un deposito che preleva l’acqua da una sorgente a 4 km da qui.

C’è un bel fiume ed i ragazzi fanno il bagno nelle sue acque pulite, anche se un poco torbide a causa delle continue piogge. Tutti sguazzano allegramente, molti vestiti di cielo (come direbbero in India). Lì vicino, dietro un’ansa strettissima del fiume c’è un vitello che è caduto un acqua e, spaventato, non vuole sapere di uscirne. Molti uomini sono lì intorno con i loro cavalli: si andrà a pranzo ed il vitello sarà sempre lì.

Il pranzo è da una coppia di “sposini” che questa sera celebrerà il matrimonio:  Vicente ed Alexandra sono insieme da 45 anni ed hanno una sterminata progenie di figli, nipoti e  pronipoti ed ora hanno deciso per la benedizione di Dio sul loro matrimonio!

A pranzo c’è brodo di gallina con dentro un pezzo di carne, riso e un po’ di verdure: è un pasto ricco, che viene preparato proprio per accogliere degnamente i missionari e questa volta anche per il matrimonio e perché oggi è domenica.

Le donne (figlie, nipoti ed amiche della sposa e la sposa stessa) stanno preparando un cibo particolare: el tamal che sarà distribuito a tutta l’aldea invitata alla cena di nozze. È una pasta di mais, con in mezzo un po’ di carne di pollo, il tutto avvolto in una foglia di banana e messo a cuocere a bagnomaria in grosse pentole.

Dopo la messa ci viene chiesto di restare alla festa, ma poiché è quasi buio e la strada è la “più” pessima tra quelle che ho percorso per andare alle aldee, non restiamo. Ci chiedono di aspettare un poco, giusto il tempo di portarci il tamal perché possiamo anche noi festeggiare con loro. Siccome tardano molto a portarcene per il viaggio, non l’ho neppure assaggiato (anche se non so se l’avrei assaggiato: l’ho visto fare!) e quindi non so dire di che sa.

Ma torniamo a noi, ero rimasto al momento del pranzo che abbiamo consumato nella casa degli sposi in allegria e … appetito.

Dopo il pranzo vado alla riva del fiume e, levatemi le scarpe piene di fango, le lavo e poi mi siedo sulla pietra che le donne dell’aldea usano per lavare i panni e che è in mezzo all’acqua, immergo i piedi nell’acqua corrente e mi sento rinascere. Sono lì seduto a guardare l’acqua che scorre e mi accorgo che è piena di piccoli pesci: sicuramente se ci sono i bebè, ci saranno anche i genitori! Mi verrà confermato che il fiume è molto pescoso e che ci sono, oltre i pesci anche enormi granchi e gamberetti.

Mentre sono lì, seduto sulla mia pietra e mi sento un vero privilegiato, ringrazio il Signore per  la bellezza del luogo e per la meravigliosa natura che mi circonda (sembra proprio il paesaggio dei racconti di avventure nella giungla  e di missionari avventurosi, che ho letto da ragazzo), arriva un bambino (4 o 5 anni), rigorosamente vestito di cielo, e fa una bella nuotata tonificante: beato lui

Arrivano poi due bambine che si mettono poco più a valle di me (una decina di metri) a lavare le stoviglie. Al termine, anche loro: nuotata. Però loro il bagno lo fanno vestite o quasi.

Quando mi sento ben refrigerato vado alla chiesetta, che questa volta  è fatta di frasche coperte di fango (il fango qui non manca ed è anche molto tenace nella presa!). Il padre Ottavio programma la pastorale con i responsabili del villaggio. Alle loro proposte io aggiungo che si potrebbe fare un po’ di acqua cultura, con tutto il pesce che c’è.

Alle 15.00 (sempre ora chapina e cioè alle 16,30!!) confessioni e poi la messa di nozze.

Gli sposini sono visibilmente commossi e la comunità gli fa festa: dentro la chiesa non ci stanno tutti e molti partecipano stando fuori.

La celebrazione è simile alla nostra con due riti particolari: lo sposo da’ alla sposa delle monete e la sposa le restituisce allo sposo in segno di condivisione; poi con una catena simbolica, che in questo caso è un cordoncino bianco abbellito da tante palline argentate, gli sposi vengono uniti insieme e così rimarranno, uniti dal cordoncino a modo di lazo, fino alla fine del rito.

Discorso sul matrimonio da parte del padre Ottavio ed invito garbato ma chiaro a regolarizzare le unioni da punto di vista religioso: qui, in Guatemala, è molto diffusa la convivenza!

Quando è tutto finito, dopo alcune foto scattate dal fotografo ufficiale, che sono io, si monta in macchina per rientrare a Dolores.

La strada è lunghissima ed in situazioni pessime per cui sembra ancora più pessima! Non finisce mai!

Ci vuole sicuramente più di un’ora e mezza di viaggio e la palangana ospita donne e bambini in quel susseguirsi di paurosi scossoni, discese vertiginose piene di fango, salite incredibili, pietroni in mezzo alla strada, tonchi, due guadi e un ubriaco disteso a terra come un morto, nel buio più totale che nel frattempo è sopraggiunto. Scendiamo dalla machina per vedere lo sventurato, che però non è morto come ci era sembrato, ma ubriaco fradicio e quindi forse ancora più sventrato per i problemi che porta con se, nelle famiglie, l’alcool: l’alcolismo è una vera piaga sociale. Quello “uomo” giacente a terra aveva affrontato quell’incredibile strada per andare ad ubriacarsi a Dolores, il paese più vicino dove trovare la birra per consumare il rito della ubriacatura!! Starà lì in mezzo alla strada tutta la notte al freddo che comicia a farsi sentire ed esposto agli animali!

Rientrati a Dolores ci accorgiamo dell’aria di festa della domenica che è oggi. Nel campetto di calcetto è tutto pronto per un concerto di marimba e gli spalti sono affollati di persone.

Arriviamo a casa, beviamo e mangiamo qualcosa e poi andiamo anche noi al concerto.

Vengono a sedersi vicino a me delle ragazze che ieri erano a santa Elena per il concerto dei giovani: la cosa mi fa piacere perché mi fa sentire integrato: che peccato che parli così male la loro lingua!

Durante il concerto, viene il p. Giorgio a chiedere al p. Ottavio di essere accompagnato a san Luis perché è morto il papà di un alunno del centro educativo. San Luis è a circa 40 km e il p. Ottavio è stanco per la giornata all’aldea e la guida sulla relativa “strada”, ma come si fa a dire di no? E così via a san Luis.

Io non vado con loro ma me ne vado a letto, distrutto da quella bellissima e intensa giornata. Vedrò padre Ottavio l’indomani e mi dice che ieri hanno fatto ritorno alle 23.30!