Lo scorrer della vita

Atti 16,9

Durante la notte apparve a Paolo una visione: gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!».

1Corinzi 9,16

Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!

Marco, cap. 1

34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.

35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.

36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce

37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!».

38Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».

39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

Mi ritrovo spesso a pensare alle ragioni per cui sono domenicano. Sicuramente la mia entrata in seminario (a 12 anni) non è dovuta al richiamo della specificità dell’Ordine Domenicano, che peraltro neanche conoscevo. Io credo nella Provvidenza, ci credo profondamente!

Crescendo, mi sono reso conto di quanto importante sia motivare sé stessi per fare nella vita scelte che contano. La mia vita spesa in un Ordine dedicato, voluto, per la sacra predicazione. Hanno senso tante cose che io faccio tutti i giorni, viste da quest’angolazione?

Ogni tanto mi ritrovo a sognare il “macedone” e… vado in tilt.

Al risveglio infatti spariscono i sogni e la realtà è vinta dall’illusione che tutto sommato va bene così.

Nella mia vita, nel mio apostolato spesi ambedue in un ambiente saturo di abitudini acquisite, di celebrazioni accurate, di abbondanza di presenza di clero, spesso non mi sento al posto giusto. E… pensare che le strade sulle quali corre il Messaggio, non sono poi così popolate.  Ripensando a quella notte di Cafarnao nella quale, dopo aver passato una giornata con Pietro e gli altri, dopo aver predicato, dopo aver guarito i mali più diversi, Gesù si trova a rigirarsi nel letto, a pensare al motivo della sua presenza nella casa degli uomini. E “si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava.”

Che cosa si saranno detti Padre e Figlio?

Non ci è dato di conoscerlo. Dagli effetti, possiamo comunque capirlo.

Alla preoccupazione di Simone “tutti ti cercano” risponde: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. Io, invece, resto a Cafarnao, qui tutti mi cercano, tutti mi vogliono bene, mi trovo bene, sono a casa mia.

È vero che alcune volte sono stato anch’io per le strade della Galilea (per questo sono stato chiamato da san Domenico), sono andato a cercare i miei “Cumani”, ma tutta questa operazione si è svolta in modo soft: non ho rischiato più di tanto.

È vero pure che sono stato felice nei momenti di apostolato forte, quando la lotta per il Regno si fa dura, ma poi sono sempre tornato a Cafarnao.

Ho potuto toccare con mano che la Sua grazia è più che sufficiente per affrontare il combattimento della fede, ma non sempre ho saputo affrontare con altrettanta determinazione il combattimento per la mia vocazione, frenato da miei limiti, paure, abitudini e quant’altro mai. La mia bella chiesa che profuma d’incenso, di quello buono che non pizzica la gola; tutte le belle statue dei santi verso i quali si rivolge la devozione popolare e no, con le loro relative candele poggiate sugli appositi candelieri; i bei paramenti antichi e moderni; le belle celebrazioni per tutte le circostanze nelle quali la pietà si manifesta.

Il Centro Giovanile con le sue attività, i suoi ritmi, le sue presenze, il suo forte senso di amicizia e collaborazione.

Come fare a lasciare tutto questo per andare ramingo a “portare la Parola”.

Cari Padre Ottavio e Padre Giorgio, quanto vi ammiro e, in fondo, anche vi invidio! Quando ho coinvolto altri confratelli in questa predicazione itinerante, ho sentito anche i loro commenti felici per aver fatto quella esperienza. E pensare che questa deve essere il mio modo normale e comune di spendere la mia vita, è diventato invece un episodio che si ripete periodicamente, pur senza avere una grande frequenza.

Oggi durante la celebrazione della santa Messa, la mia mente era occupata e turbata da questi pensieri. Se continuano a rimanere pensieri, comunque mi turberanno e mi provocheranno relativamente poco, ma se non riesco a farli diventare vita, cosa rispondo alle esigenze della mia vocazione?

Fra Alberto Fazzini

PROPOSTA – FLD

QUESTA È UNA PROPOSTA!!!

La Fraternita Laica Domenicana

Cosa significa essere Laico Domenicano

Cosa vuol dire appartenere alla Fraternita Laica Domenicana (FLD)?

I Terziari domenicani, chiamati oggi con il nome di “Laici di San Domenico”, sono uomini e donne, sposati e non, che conquistati dalla spiritualità di San Domenico desiderano ardentemente realizzarla ed attuarla nella loro vita secondo modalità conformi al proprio stato laicale. Vivono nel secolo, sposati o celibi, dove svolgono la loro professione come tutti gli altri cittadini e si impegnano a perseguire la propria salvezza e quella del loro prossimo secondo lo spirito di San Domenico e secondo una Regola approvata dall’Ordine e dalla Chiesa. È quindi la scelta di una strada ben precisa per portare avanti quel cammino di santità a cui il Signore chiama ogni uomo.

Nella Regola dei Laici domenicani (Costituzione Fondamentale) si legge che essi “si contraddistinguono in modo peculiare nella Chiesa, sia per la propria vita spirituale sia per il servizio di Dio e del prossimo.

I Laici Domenicani sono membri dell’Ordine a tutti gli effetti, sottoposti alla sua giurisdizione ecclesiastica al pari dei Frati e delle Monache di Clausura (Contemplative).

Quali membri dell’Ordine ne partecipano la missione apostolica con lo studio, la preghiera e la predicazione, secondo la condizione propria dei laici” (n. 4). Si raggruppano in fraternite o comunità e, con gli altri ceti dell’Ordine (congregazioni di suore e affiliazioni), costituiscono un’unica Famiglia, la Famiglia Domenicana.

Questa missione ha tre caposaldi: la preghiera – comune questa anche ad altri Ordini Religiosi -, lo studio e la predicazione: queste sono peculiarità dell’Ordine Domenicano e quindi anche del Laicato Domenicano.

Quali sono i carismi e le specificità della spirituallità domenicana?

sono i seguenti:

  1. povertà evangelica;
  2. misericordia;
  3. preghiera e contemplazione;
  4. studio;
  5. predicazione.

 

Che condizioni sono necessarie per entrare nella Fraternita Laica Domenicana (FLD)?

  1. a) desiderio di progredire nella perfezione evangelica secondo il proprio stato di Laici;
  2. b) maturità psicologica e morale;
  3. c) consapevolezza della propria vocazione come chiamata dello Spirito a vivere nel mondo la vita laica secondo il progetto di San Domenico;
  4. d) interesse per il carisma di San Domenico e per l’acquisizione dello stile di vita, la mentalità e la spiritualità dell’Ordine;
  5. e) età minima di anni 18, salvo dispensa del Consiglio su proposta del Priore della Fraternita;
  6. f) non appartenenza attuale ad altro Ordine e intenzione analoga per il futuro.

Che impegni bisogna assumere?

Gli impegni del Laico domenicano:

  1. a) l’ascolto della Parola di Dio e la lettura della Sacra Scrittura;
  1. b) la partecipazione, possibilmente quotidiana, alle celebrazioni liturgiche e al sacrificio eucaristico;
  2. c) il frequente ricorso al sacramento della riconciliazione;
  3. d) la celebrazione della liturgia delle ore in comunione con tutta la Famiglia Domenicana, e l’orazione in privato, come la meditazione e il Rosario;
  4. e) la conversione del cuore secondo lo spirito della penitenza evangelica;
  5. f) lo studio assiduo della verità rivelata e la costante riflessione sui problemi del proprio tempo alla luce della fede;
  6. g) la devozione alla Beata Vergine Maria, secondo la tradizione dell’Ordine, al Santo Padre Domenico e a Santa Caterina;
  7. h) la partecipazione ai ritiri spirituali periodici.
  8. i) frequentare con regolarità e creatività gli incontri e le attività della propria Fraternita;
  9. l) Curare il proprio spirito di appartenenza all’Ordine e promuoverne la spiritualità
  10. m) Ma soprattutto annunciare il Vangelo in ogni occasione, opportuna e non opportuna: è compito e attività del Laico Domenicano  la partecipazione, secondo la propria condizione laicale, alla missione principale dell’Ordine che è la predizazione. Anche il Laico Domenicano è e deve essere un predicatore

Come capire se è una semplice curiosità o può anche essere qualcosa da approfondire meglio?

Anche il diventare Laico Domenicano è una chiamata da parte del Signore. Questa chiamata si manifesta attraverso tanti segni, eccone qualcuno: – l’attrazione verso l’Ordine Domenciano, – il sentirsi adatti, – la volontà di essere aiutati da una grande famiglia, – l’affetto alle figure dei Santi domenicani, – la gioia nel sentirsi all’interno di questa grande famiglia.

Alcuni si sono fatti Laici Domenicani semplicemente perché l’Ordine domenicano è legato al Rosario e alla devozione a Maria (questo è stato il caso di San Luigi Grignion de Montfort).

Altri perché ispirati dall’esempio del Santo Padre Domenico o di altre grandi figure dell’Ordine (Santa Caterina, San Tommaso, San Martin de Porres, Bartolomeo De Las Casas etc).

Una Grandie fgura  di Santa  terziaria  domenicana è stata  ad esempio la stessa Santa Caterina da Siena. Nel secolo scorso importanti figure di terziari domenicani sono stati il Beato Pier Giorgio Frassati, Giorgio La Pira e Aldo Moro.

L’amore appassionato di Dio e lo zelo per la salvezza propria e del prossimo sono le caratteristiche del domenicano, Frate, Monaca o Laico.

Alcune domande da porsi per verificare la propria vocazione domenicana.

Mi piace la spiritualità domenicana?

Sento ardentemente il desiderio di conoscere far conoscere la Parola di Dio?

Voglio servire il Signore?

Amo approfondire la Sua conoscenza?

Sono disposto a dedicare tempo e lavoro per sostenere le iniziative della Fraternita Laica in cui voglio entrare?

Desidero far parte della famiglia domenicana?

Entrando in un’antica chiesa

SENSAZIONI E RIFLESSIONI…
Entrando in una nostra antica chiesa

Come entro in chiesa mi vengono incontro, mi assalgono, mi penetrano nel profondo, fino al midollo, secoli e secoli di storia. Figure, le più rappresentative, i punti fermi della storia del mio Ordine hanno la loro tomba sul mio passaggio, mi hanno preceduto in questa chiesa, hanno fatto risuonare queste mura delle loro prediche, hanno di qui innalzato a Dio preghiere e suppliche con forti grida e lacrime. Il gotha del paradiso domenicano mi guarda e m’invita con decisione, anche se dolcemente, a fare il punto sulle mie risposte alla vita. Alla vita così, semplicemente, e alla vita consacrata e sacerdotale in specie.
Mi sento smarrito e mi viene la pelle d’oca mentre sento il coro dei frati, molti anziani, recitare a cori alterni versetti di un salmo che parla di rimpianti per occasioni e tempi perduti.
Già, il coro: un lusso ai nostri giorni. Nel mio convento il coro è formato da due-tre frati e una o due vecchiette: è un coro che fa tenerezza!
E quei santi, quei beati, dalle loro tombe, dai loro altari, continuano a guardarmi, mi scrutano nel profondo, mi scuotono fibra a fibra, mentre cammino verso l’ingresso della sacrestia.
Come vivere oggi senza tener conto che la mia Regola ha prodotto tanta santità!?
Sarebbe come vivere senza radici e non importa se le radici le hanno gli alberi ed io albero non sono. Le radici comunque, quelle vere, sono agli inizi e non a metà percorso!
Spesso i discorsi con i miei confratelli fanno riferimento a Domenico, a Caterina, a Tommaso e a quanti altri mai, che hanno reso illustre il mio Ordine, una blasonata presenza nella chiesa di Gesù Cristo.
Ed io non dovrò essere da meno!
Potrò mai vivere la mia vita domenicana come la vissero quei pochi e fortunati amici di Domenico, mandati dal Padre per l’Europa in quell’Assunzione del 1215?
Loro non hanno portato sulle spalle il museo che ora m’incombe. Quel museo che mi penetra la mente, che cerca d’insediarsi in me perché, secondo lui ha buone ragioni per farlo perché rappresenta il mio passato.  È un museo che, comunque, mi frega se mi lascio convincere a vivere di glorie passate in un presente che reclama a gran voce il mio oggi.
A pensarci bene tutti questi grandi personaggi (leggi “santi”) sono stati e sono “grandi” proprio perché hanno saputo ascoltare il grido che sale dalla terra, hanno dato corpo alle speranze di chi da sempre attende, hanno portato la Parola e la Presenza che salva: in una parola sono stati, nel loro tempo una presenza viva e non una memoria storica. E allora perché dovrei io essere la loro memoria storica e non piuttosto la presenza viva che la Provvidenza di Dio vuole da me, facendomi vivere in questo tempo e in questi luoghi?
I miei amati libri, il mio sconfinato amore allo studio, m’impediranno di portare la Parola? Dico proprio “Parola”, quella che esce dalla bocca essendo passata dalla mente e dal cuore, filtrata dalla preghiera; non quella che scorre dalla penna e dalla sapienza e che mi tiene attaccato a un tavolino ad approfondire improbabili soluzioni al mistero della Trinità, a elucubrare nuove frontiere di una teologia che ha perso la dimensione dell’uomo.
Certo non si può portare la Parola se prima non la si è fatta nostra con lo studio e la preghiera: è questa una cosa che sanno tutti! Ma a un certo punto dovrò pure staccare il sedere dalla sedia e gli occhi dagli amati volumi e…  “aliis tradere”.
Non so cosa di vero ci sia nel racconto della crisi di coscienza di Domenico con le sue pelli morte, vendute per salvare pelli vive: forse questa “vendita” va vista con più attenzione e la devo far entrare più profondamente nel mio DNA.
Vedo con cura e gelosia i miei orari, i luoghi della mia vita (la stanza con le sue suppellettili, il chiostro silenzioso in mezzo alla città), i preziosi oggetti di culto della mia chiesa, tutte le squisite e splendide opere d’arte che riempiono il mio convento e la mia chiesa, i tempi delle mie preziose giornate e m’interrogo se quel Tizio che mi ha chiamato, intendesse proprio che io diventassi quello che sono oggi. Questo pensiero mi “tormenta” ogni giorno e ogni giorno cerco di dare la mia risposta, ma non sempre mi sento credibile.
Sto giorno dopo giorno rischiando di diventare un museo ambulante (se già non lo sono diventato!): vivo in un museo di ricordi, in un museo di opere, illustri personaggi affollano il mio passato: ho paura che piano piano io diventi un museo nel cervello, nel mio modo di pensare, nel mio modo di proporre la Parola, nel mio modo di proporre la vita.

                                                                                                         Fra Alberto

Doni dello Spirito Santo

4Vi sono poi diversità di carismi ma uno solo è lo Spirito,5vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;6vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.7E a Ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune.(1Cor. 12)

Il coraggio deltestimonepassa dal dono dello Spirito Santo: “8avreteforza dallo Spirito Santoche  scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la  Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra.”(At. 1) e arriva fino al più profondo della vita:
37All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a  Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».38E  Pietro disse: «Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome  di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; doporiceverete il dono dello Spirito Santo.39Per voi infatti è la promessa e per i vostri  figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». (At. 2)
Con la venuta dello Spirito Santo, si comincia sul serio a scrivere pagine nuove e non a fotocopiare pagine già scritte.
Si scrive comunque, nonostante i “circoncisi”, che ci sono e ci sono sempre stati, che mettono problemi e non cercano soluzioni (Pietro da Cornelio:At. 11,2-3).
Pietro prima e, poi, Paolo e Barnaba inviati dallo Spirito (At. 13,2), danno inizio ad Antiochia, da grandi protagonisti, all’Epopea della Chiesa. Paolo e Barnaba, che pàgano di persona, operano quella decisa apertura ai pagani che sancisce la fine di una Chiesa circoscritta, chiusa in un recinto e la presa di coscienza della propria vocazione all’universalità.

Si entra nell’economia dei Carismi: ciascuno di noi è responsabile della presenza di Gesù Cristo in forza e proporzione dei doni ricevuti proprio a tal fine: i doni dello Spirito sono per l’edificazione della Chiesa.
È lo Spirito Santo che dà i doni personalmente a ciascuno di noi e attraverso i donigratuiti,dati per l’utilità comune, edifica ancora oggi la sua Chiesa.

A Lui e solo a Lui spetta distribuire i doni, perché solo Lui conosce veramente le necessità della Chiesa. A noi, reputati da Lui capaci, spetta ricevere e mettere in opera questi doni (ancora non senza il Suo aiuto).

Ci viene quindi chiesto: di coglierne, pur nell’unicità della provenienza, la diversità della destinazione: nel ricevere i doni, nella responsabilità dei Servizi (Ministeri) da compiere e nella loro messa in opera:

San Tommaso ci ricorda che i Carismi si possono considerare da due punti di vista. Da parte di Dio: provvede sempre per la sua Chiesa i doni necessari e sceglie le persone adatte a riceverli. Da parte dell’uomo:

volontà di accettarli: Dio che dona e l’uomo riceve.
Sempre e solo Dio dona, in base alle capacità di ciascuno, per il bene di tutti, ma l’uomo decide con il suo libero arbitrio la propria disponibilità all’accettazione del dono (giovane ricco, ecc…).

autorevolezza del servizio: basata sulla consapevolezza che lo Spirito opera scelta di persone e abbinamento di doni atti a far crescere la Chiesa: Apostoli, Evangelisti, testimoni, dono della comunicazione della sapienza (cose di Dio) e dono della comunicazione della scienza (le cose dell’uomo, il sociale, la natura ecc…)

eserciziodel dono: per l’utilità comune: Non un tesoro da conservare gelosamente ma da spendere con generosità perché tutti crescano. (s.Thomas,Super Epistolas sancti Pauli,)
Ce ne verrà chiesto conto (talenti:Mt. 25,15ss.).
San Tommaso insiste pure sulla necessità dei doni dello Spirito per una crescita armoniosa e continua della Chiesa e conclude dicendo che:
“ci si accorge della necessità di una cosa quando questa ci manca”. “Necessitas alicuius rei maxime cognoscitur ex defectu eius” (ib. n. 711)

Quando la mia vita nella chiesa sembra (o è piatta), quando non avverto il soffio impetuoso dello Spirito che spalanca le porte, quando il mio oggi è come lo ieri e il domani è già programmato come l’oggi, senza la fantasia del “duc in altum”  (Lc.5,4), quando la mia presenza in mezzo ai fratelli non crea stimoli di vita,alloradevo preoccuparmi veramente perché mentre da parte dello Spirito i doni vengono sempre elargiti, avendo Lui la perfetta conoscenza delle necessità della chiesa,sicuramentec’è qualcosa che non va nella mia ricezione e nel mio mettere in opera questi doni.

Unica sorgente dei carismi: Dio (il Dio Spirito Santo che è Signore). Tanti destinatari: la Chiesa che cresce e si stabilizza per mezzo dell’esercizio di essi: un solo capo, tante membra, un solo corpo Gesù Cristo, la chiesa, la comunità.
Doni quindi non fine a sé stessi; crescita non comunque e in qualsiasi direzione, ma per il raggiungimento dell’uomo “perfetto”.
I doni mi spingono a prendere coscienza dell’opera di Dio in me e a puntare verso il futuro (si realizzano nella presa di coscienza di un Servizio – Ministero –  da compiere e nell’attuazione del medesimo).
Sono un continuo invito e stimolo a non sedermi in riva al mare a guardare verso l’orizzonte, compiaciuto per lo spettacolo bellissimo, ma a solcare l’acqua per andare al largo, verso le mete dello Spirito, sempre nuove e stimolanti.

San Domenico, il mio santo Fondatore, ardeva del grande desiderio di portare il Vangelo ai Cumani (popoli del nord Europa non ancora evangelizzati). Il Papa gli disse che i suoi Cumani erano gli eretici ai quali stava già predicando. Dai Cumani andranno poi i suoi figli. Mi chiedo spesso: chi sono oggi i miei Cumani, i Galati, i Corinzi, i Macedoni, gli Efesini? Chi aspetta che io, separato dallo Spirito per la Missione a cui mi ha destinato (At.13,2), operi per la loro salvezza? Lontano da noi e intorno a noi ci sono ancora coloro che, pur avendo sentito parlare di Gesù, continuano a risponderci “non abbiamo neanche sentito dire che esista lo Spirito santo” (At.19,2).

I doni, i talenti (Mt.25,15ss.) che ci sono stati affidati non sopportano di essere messi un una buca scavata nel terreno per salvaguardarli: amano l’avventura, il rischio, il compromettersi per Cristo.

Orizzonti Infiniti

L’ambiente in cui uno nasce e vive influisce indubbiamente nello sviluppo e formazione della persona, della sua mentalità, della sua psicologia e quindi influisce nelle sue scelte di vita.
L’ambiente naturale, al primo posto: luogo geografico, montagna, pianura, mare, boschi; poi usi e cstumi, tradizioni, religione ecc…
Ma anche l’ambiente socio-familiare dove si cresce: l’apertura mentale delle persone addette alla formazione e degli altri membri della Comunità, la stessa Comunità, il lavoro, la scuola, gli incarichi sociali e familiari…
Per Domenico: Vivere a Tolosa vuole dire essere il massimo della presenza per la zona; ma una volta vista Roma, e aver vissuto al centro della cristianità dove tutti i popoli s’incontrano nel nome dell’unica fede in Gesù, gli orizzonti si allargano, diventano universali: Tolosa non basta più (anche se con il meglio ed il massimo impegno) ma il mondo intero lo reclama, reclama la sua idea, il suo Ordine. Il mondo intero vuol dire spargere i frati come si sparge il frumento perché diventino in tutto il mondo il Pane che sazia la fame di Dio. Operazione tutt’altro che facile, soprattutto per chi non ha fatto esperienza di mondialità.

Agosto 1217: la dispersione dei Frati si manifesta vari problemi. Per es.:
– dove andare
– di che vivere
– reclutamento per la sopravvivenza dell’Ordine sia come idea che come nuova presenza nella Chiesa.

I Frati incontrano Scuole parrocchiali o diocesane, Università di Parigi e bologna: allargamento di prospettive, di panorami, di sapere…
Avvicinare i giovani ai quali prospettare la nuova vita religiosa. Avvicinare i professori che proprio per la loro “professione” sono aperti al “nuovo” dalla “ricerca”: tutto questo diventa un boom della crescita: lo studio allarga le prospettive, la conoscenza, gli orizzonti. Essere una presenza propositiva. La luce non svolta l’angolo, non ha bisogno di svoltarlo perché si diffonde in una sconfinata pianura. Si capisce meglio che predicare ai Cumani (il sogno di Domenico) è allargare gli orizzonti.

A ogni passo che il Frate Predicatore fa, gli si allarga davanti l’orizzonte.
Passi sulle strade e nelle cttà del mondo, in mezzo alle persone, in mezzo a situazioni le più diverse, passi in mezzo a mentalità e culture differenti: sempre nuovi orizzonti che si aprono nella sua vita. Orizzonti che interrogano ed esigono risposte, se si vuole rimanere vivi.
E ci sono anche passi nella conoscenza e nella cultura, dove si ripensa la presenza del Messaggio perché possa incarnarsi e vivere nei popoli e nei luoghi più differenti dove viene annunciato.
Anche qui, passo dopo passo, l’orizzonte cambia, si allarga.
E ci sono ancora passi nella santità: passi belli, passi difficili che ti motivano e ti entusiasmano: passi che ti avvicinano a Dio e ai fratelli: un orizzonte infinito.
Però camminare è faticoso.
È necessario lasciare la cella, quella fisica e quella mentale per andare.
È necessario lasciare le nostre cose fisiche e mentali per entrare nei nuovi orizzonti, per viverci: ogni bagaglio appesantisce il cammino. I latini chiamano il bagaglio “impedimenta”, solo plurale!
Se si rimane in casa, in convento, paghi di ciò che la nostra Comunità offre, dove stiamo bene, dove siamo inseriti in un contesto che è cresciuto con noi, allora l’orizzonte è sempre lo stesso, anche se meraviglioso, a volte appagante e. senza rischi (http://www.predicazione.it/riflessioni/Il_rischio_di_osare_1.htmlehttp://www.predicazione.it/riflessioni/Il_Rischio_di_osare_2.html), ma sempre lo stesso, sempre uguale.

E l’itineranza? Questa reca con se l’idea di cambiamento. Itineranza fisica, dottrinale (lo studio che apre nuove vie), itineranza nella via della santità. L’itineranza è il DNA della vocazione domenicana: siamo nati per questo, per questo ci ha pensato Domenico: “lasciatemi fare, so bene quello che sto facendo” (Domenico alla dispersione dei primi Frati).

Il rischio di vivere le giornate tutte uguali, mi spaventa. Giornate che sono una fotocopia l’una dell’altra. E allora? Signore aiutami a camminare, in tutti i sensi, fino ad entrare nel Tuo orizzonte infinito.

Fra Alberto Fazzini

Domenico e i Domenicani sogno di Dio – respiro di Dio.

Domenico e i Domenicani
sogno di Dio – respiro di Dio.

8 Agosto

Quando viaggio da solo, mi capita spesso di imbattermi in “strani” pensieri.

Oggi sto andando ad Iglesias. Sono atteso nella restaurata chiesa di san Domenico per celebrare la Messa della festa del santo. C’era un convento domenicano un tempo, neppure tanto lontano. Oggi non c’è che la piccola chiesa conventuale. Il Convento non c’è più e al suo posto c’è un palazzo dove vivono varie famiglie.

Il pensiero, partendo da queste considerazioni, mi porta a riflessioni sulla mia scelta di vita. Perché sono domenicano? Cosa mi affascina di questo santo e della sua proposta? Ho cercato spesso risposta a queste domande. Durante gli anni della formazione e poi dell’inserimento attivo nell’apostolato ho cercato la risposta capace di motivare la mia vocazione. Ma oggi?

Cosa è per me la predicazione itinerante?

Sono sempre stato profondamente convinto che predicazione itinerante vuol dire andare dove c’è bisogno di portare la Parola, cercare l’altro per portargli Gesù Cristo. Senza aspettare che l’altro ti cerchi. Oggi continuo ad andare a predicare là dove vanno tutti, là dove Cristo è già presente. Non ho più l’urgenza della “missione”, il coraggio dell’avventura. Continuo ad evangelizzare gli evangelizzati, senza farmi coinvolgere dalle attese dei lontani.

Gli Atti degli Apostoli al capitolo 9 ci presentano una Chiesa in crisi che scappa da Gerusalemme perché lì non si sente più così sicura dopo il martirio di Stefano. Arrivando nelle varie città dove cercano rifugio, quei primi cristiani diventano missionari, portano la Bella Notizia e così comincia la predicazione ai pagani. Chissà, forse qui da noi non siamo ancora alle strette e la nostra Gerusalemme, il nostro convento, è un posto sicuro e al sicuro e ci protegge ancora bene. Bisognerà comunque ritrovare le vie dei pagani.

Nel mio compito di promotore della predicazione ho incontrato spesso difficoltà a trovare confratelli disponibili per la predicazione itinerante, di qualsiasi genere: missioni al popolo, predicazione in parrocchie che sono in luoghi o zone di dubbia o cattiva fama sociale, ottavari, tridui, panegirici, quaresimali e quant’altro mai.

Sicuramente il nostro molto ridotto numero e le moltissime imprese nelle quali ci siamo imbarcati ci tengono occupati e riempiono totalmente il nostro programma pastorale. Tutti siamo oberati da un superlavoro ed inoltre le varie proposte di predicazione sono difficilmente programmabili all’inizio dell’anno sociale e quindi diventa impossibile inserirle nella programmazione personale già così straboccante. Forse.

Quando, sempre come incaricato della predicazione, ho cercato qualcuno per predicare ritiri, esercizi spirituali, campi scuola, incontri ecc… alle Suore, non ho faticato molto a trovare la persona generosa che fa spazio nel suo programma alle nostre sorelline. Non ho niente contro la predicazione alle Suore, anzisono convinto che si deve faree personalmente mi rendo disponibile anch’io (sempre!) perché con le Suore mi trovo bene, mi accolgono sempre con molto affetto, mi incoraggiano e mi aiutano e poi, so bene che quando parlo alle Suore non sto facendo altro che parlare anche a tutte quelle persone che poi le Suore incontreranno nel loro bellissimo apostolato.

Ma perché per le Suore si e per le altre predicazioni no?

            Qualche volta mi sembra di essere trattenuto a casa dalle sicurezze della vita conventuale con i suoi orari ben definiti, i suoi ritmi, la vicinanza degli amati libri, l’incontro con le persone amiche, le “asperità” della cella, una situazione economica tutto sommato tranquilla.

Sento che il mio propormi come domenicano non è poi molto differente dal modo di proporsi dei vari Ordini religiosi.

Incombono su di me le sovrastrutture edili e mentali che abbiamo edificato nello scorrere dei secoli e che ora ci chiedono di essere tenute in vita, tanti compiti “accessori” che ci siamo assunti e creati e che ora pur faticando, ci sforziamo di onorare.

Mi sembra di appartenere a una scuola per il “contemplari” e che diventa “tradere” spesso verso chi è già “dentro”. Ma il Macedone di Paolo e i Cumani di Domenico, dove sono finiti? Chi mi aspetta ancora se non le comunità già ampiamente “evangelizzate” che, a volte contribuisco anche io a rafforzare in una vita religiosa abitudinaria senza la “fantasia” che ci impone la Risurrezione.

Penso ora alla crisi delle vocazioni che tanto incide sulle nostre possibilità evangeliche (almeno sembra). Probabilmente questa crisi è un bene che ci costringe a riflettere su noi stessi e sul nostro ruolo specifico nella chiesa: se il nostro ruolo è diventato generico, che senso ha che continuiamo ad esistere?

Ha un futuro la MIA vocazione alla predicazione per la salvezza delle anime (mia e degli altri)?

L’epopea degli inizi dell’Ordine, la stupenda forza creativa dei nostri santi, il coraggio di una predicazione innovativa nella proposta e nei proponenti, riempiono i miei panegirici nelle belle celebrazioni delle glorie dell’Ordine.

I miei contemporanei al vedermi dicono che sono un domenicano, quindi un uomo di cultura ed io vorrei invece essere un domenicano, quindi un apostolo. Le due cose non sono in contrasto tra loro. Mi piacerebbe essere riconosciuto in primo luogo perché inviato da Cristo, poi magari anche tutto il resto.

Così, riflettendo, sono arrivato a destinazione, ho celebrato la Messa e parlato di Domenico e della sua idea a un folto ed attento uditorio.

Il 15 agosto sono di nuovo un viaggio e il pensiero riprende il filo interrotto ad Iglesias. Per me il 15 agosto è una data basilare: il 15 Agosto 1217 San Domenico invia i primi frati. Resistenze da parte loro e risposta di Domenico:”il grano ammucchiato marcisce”: intuizione del “genio”? Sembra, e forse lo è. Una risposta illogica? Che rapporto c’è tra la logica ed il genio? Tra la logica e la fede? Tra la logica e la chiamata?

Mi sento molto “logico” nel mio modo agire e di proporre il Vangelo. I miei discorsi, penso, non fanno una grinza. Ma intanto i nostri conventi si spopolano: ci deve essere qualcosa che non funziona! Ma se c’è qualcosa che non funziona, perché non funziona? Come si può far funzionare?

Queste e tante altre domande che mi pone questo 15 agosto, festa di Maria Assunta in cielo, si sommano a quelle dell’8 agosto. Il grano, sta marcendo? Ma sono le obiezioni di sempre, anche il vangelo, quando parla di vocazione registra le stesse obiezioni e le stesse esigenze. E Gesù dà delle risposte. Risposte radicali. Ma allora, “genio” o Vangelo?

fra Alberto Fazzini

Respirare l’umanità

Respirare albe e tramonti, deserti e città, mari, montagne e steppe.

Respirare l’umanità

Da quando mi ha creato, prima come uomo – al momento della creazione del genere umano -, e ora come persona vivente in questo tempo e in questo luogo, mi ha soffiato nelle narici la sua vita. Io sono il soffio di Dio. Le persone, le circostanze, i luoghi dove la provvidenza mi porta devono essere caratterizzati da questa presenza dello Spirito Santo che abita in me, che vive in me. Devo portare la vita, perché lo Spirito dà la vita, devo essere una presenza viva, una presenza di vita: la sua presenza: “Io sono la vita”.

Devo sforzarmi di respirare all’unisono con Dio, respirare le sue albe piene di luce che si diffonde dappertutto, che colora il mondo, e lo fa vivere. L’alba è la certezza di Dio e la speranza dell’uomo. Dio mi mette in mano un nuovo giorno tutto da inventare, tutto da realizzare: un giorno tutto mio, da vivere con il respiro di Dio. Un respiro ampio, un respiro che abbraccia il mondo intero, un respiro che sveglia la natura, un respiro che si riempie di luce e di colore. L’alba è il respiro colorato di Dio.

Tutta la creazione è il respiro grande di Dio: il deserto, la città, le montagne e le valli, le steppe e i boschi, l’alba e il tramonto. Ma l’umanità ha avuto il respiro di Dio soffiato nelle sue narici e da inerte argilla divenne un “essere vivente”.

Le persone che incontro per la strada, quelle che il mio apostolato mi fa avvicinare, le persone che mi camminano al fianco anonime ed indifferenti, sono il respiro di Dio, la Sua vita.

Non sempre siamo coscienti di questo ed a volte è anche difficile trovare la vita di Dio in situazioni di tensione, di estrema necessità, in situazioni nelle quali l’uomo diventa il carnefice (nella più larga accezione del termine) di suo fratello. Trovare la vita i Dio nel lezzo, nel puzzo delle bidonville, nella presenza di malattie incurabili, nella fame che ogni giorno attanaglia tanta parte della nostra misera umanità, nei barconi della disperazione degli immigrati, nella costruzione di imperi economici realizzati nello sfruttamento dei poveri.

Dio mi ha chiamato perché diventi la sua presenza in mezzo agli uomini, la colomba che dice a tutti che il diluvio è finito…

Quando questi pensieri mi assalgono, mi sento piccolo piccolo, incapace di una realizzazione credibile della vita di Dio. So però di non essere solo: tanti fratelli e sorelle spendono la loro vita perché si accenda una luce, anche piccola, nella vita degli uomini e, soprattutto, so di poter contare su di Lui che ha promesso di esser con noi fino alla fine del mondo. Ed allora so che tutto posso in Colui che mi dà la forza.

Fra Alberto Fazzini, O.P.

Entrare nel sogno di Dio

Entrare nel sogno di Dio

Anche Dio sogna! La creazione: sogno primordiale di Dio e poi le creature pensate una a una con una fantasia che se non si parlasse di Dio si potrebbe dire incredibile. E poi tutta la storia della salvezza. Un Dio che sogna l’uomo, che gli vuole bene, che lo fa entrare nella sua sfera di amore e vuole che usi i doni che gli mette a disposizione per realizzare il Suo sogno. Tutta la storia della salvezza racconta il sogno, il progetto di Dio che a volte si infrange contro una realtà che non è in sintonia con le sue attese. È un sogno che si cala nella storia dell’uomo, con territori, popoli, personaggi famosi e squallidi, povertà e ricchezza, eroismo e viltà, lealtà e tradimento e quant’altro la nostra storia incontra nello svolgersi dei secoli.

Mi piace vedere Dio intento a sognare di suo Figlio Gesù: la perfezione totale, la realizzazione perfetta delle sue attese: “Facciamo l’uomo a nostra immagine…” Mi piace ancora vedere Dio che sogna Maria: la creatura che porterà il suo Figlio pensata fin dall’eternità per essere una realtà eccezionale, meravigliosa, bellissima, attenta: il suo capolavoro. E se sono belli i capolavori degli uomini, che cosa non è il capolavoro di Dio? E questo capolavoro è innanzitutto una madre: Maria è pensata per essere madre. Realizzerà i piani di Dio proprio nel suo essere madre: madre di Gesù innanzitutto e madre di quell’altro Gesù che siamo noi la sua Chiesa che deve portare a maturazione e guidare fino al regno.

Anch’io sono un sogno di Dio, suo progetto, pensato dall’eternità: “Prima di formarti nel grembo di tua madre io già ti conoscevo”. Da me Dio si aspetta che realizzi le sue attese perché non debba dire al suo risveglio: “era tutto un sogno”. Le sue attese nei miei confronti finiranno quando io lo “vedrò faccia a faccia così come Egli è”, ma per ora che cammino nel mondo, lui ancora mi prende per mano, qualche volta in braccio, perché la speranza non ceda posto alla stanchezza e lo ieri non prenda il posto del domani.

fra Alberto Fazzini, O.P.

Inseguo un sogno

Inseguire un sogno

Quante volte mi è capitato di inseguire un sogno! Chissà, forse questa è proprio la molla che mi spinge ad agire. Mi capita di sognare. Quando poi mi sveglio non so se ho sognato o se le cose pensate o viste erano reali. Mi capita di sognare e al risveglio mi dico che era solo un sogno. Sogno anche ad occhi aperti.

Quando sognare diventa sinonimo di progettare, allora mi piace sognare in grande. Sono convinto che un progetto si possa ridimensionare, che debba essere adeguato alle reali possibilità di realizzazione ed esigenze; se però progetto in piccolo e poi ridimensiono, rischio che non rimanga più nulla. Ossia rimane l’immobilità che è peggio del nulla.

Quando comincia la vecchiaia? Il nostro corpo invecchia: è un dato di fatto. Il calendario sfoglia i suoi giorni inesorabilmente e la nostra età cresce, anche questo è un dato di fatto.

Sento spesso dire che si è giovani nello spirito non importa l’età. Sento questa frase soprattutto da quelli che hanno indossato le ciabatte, stanno ore e ore alla televisione e quando parlano con gli altri raccontano sempre il passato: sembra che la vita abbia solo un passato. E allora che significa essere giovane di spirito? Sono certo che significa puntare al futuro, progettare… sognare appunto. Credo che questo progettare, sognare, sia la prerogativa di chi è giovane: quando uno sogna e progetta è sempre giovane, non importa l’età e qualche volta neppure gli acciacchi e la malattia.

Quando mi alzo la mattina, e vedo splendere il sole, sento la pioggia che cade violenta, il vento che fischia, gli alberi che si agitano, oppure la brezza che mi rifresca e mi dà sollievo, le nuvole che giocano nel cielo, l’acqua del ruscello che canta scorrendo tra le pietre, i volti dei miei amici e tutta la realtà che mi circonda, non posso fare a meno di ringraziare il Signore che mi mette in condizione di vivere questa realtà. Il giorno è cominciato perché io lo viva: è un giorno della mia vita, lo devo caratterizzare: è il mio giorno. Che cosa si aspetta oggi il Signore da me? Di quali impegni si carica la mia responsabilità di esistere? Le persone che la provvidenza mi farà incontrare oggi, troveranno una persona che infonde speranza o una che parla di glorie passate? Se io sono vivo è perché Dio ritiene che anche oggi devo essere la sua presenza in mezzo ai fratelli. È un compito impegnativo, questo lo so bene. È un compito che non prevede ciabatte e televisioni: il dinamismo è la sua caratteristica: dinamismo non solo fisico ma soprattutto spirituale. Dio crea, non ha mai smesso di creare, crea l’oggi, anche questo oggi, e nella creazione di quest’oggi l’aiuto anche io…

Anche oggi mi trovo davanti una strada, con tutte le caratteristiche che una strada ha: meta da raggiungere, curve, dossi, buche, traffico, incontri, bivi,… tutto quello che ho davanti è da percorrere, quello che è dietro di me è già percorso. Mi devo organizzare per la parte da percorrere, quella già percorsa non ha più bisogno che io mi organizzi: è già percorsa, infatti! Se il giorno che vivo oggi lo vivrò come una fotocopia di ieri, che senso ha che lo viva?

Mi rimane solo il futuro da vivere: non ne conosco la durata, non conosco le sue qualità (legate alla salute, al censo, alla conoscenza, al potere… e a tante circostanze che possano in qualche modo condizionarlo), so però che esiste e che Dio me l’ha messo nelle mani perché lo spenda al meglio. In quest’ottica niente è più deleterio del “si è fatto sempre così” perché esprime il voler non crescere, lasciare tutto sempre immobile, uguale: congelare il tempo e soprattutto le idee. Se non cresco sono morto.

Dio ha un suo sogno nei miei confronti…

Il sorriso di Dio

Fra Alberto Fazzini, O.P

Il rischio di osare 3

Il rischio di osare tre
Be hangry

Il “si è fatto sempre così” è il nemico da sempre di qualsiasi innovazione e iniziativa in tutti campi: in quello morale, nel campo della ricerca di ogni genere: fisica come teologica, nel campo degli usi e costumi, in tutto quello insomma, che vuole in qualche modo portare movimento alla realtà che ci circonda. Dio ci ha pensati creativi: ci ha creati a sua immagine e lui è il massimo della creatività.
Ha fatto una statua con la creta e io me la immagino bellissima, una statua da Dio! Però era sempre una statua di creta: immobile, senza vita. E allora gli soffiò nelle narici il suo alito di vita e “l’uomo divenne un essere vivente”: noi siamo il respiro di Dio.
Gesù ha sconvolto tutti piani dei suoi contemporanei anche dei suoi apostoli sull’idea di Messia: un Messia pacifico, cavalca un asino, predica la pace, soffre la croce: come credere in un Messia simile? Per cui, sollecitato dai suoi discepoli, Giovanni gli manda a chiedere: «sei tu il Messia che deve venire, o dobbiamo aspettarne un altro?».
Tutte le scienze, religiose e profane – per non parlare dei viaggiatori – hanno fatto dei progressi perché qualcuno si è avventurato oltre il già conosciuto, il già sperimentato. Questo comporta dei rischi, certamente, però realizza il sogno dell’umanità: il fatto che l’uomo non è mai soddisfatto di ciò che possiede nel sapere e nelle realtà materiali (potere, denaro, possedimenti…), punta ad avere sempre di più, compresa una conoscenza sempre più vasta, sempre più vicina alla conoscenza che ha Dio. Celebre è la constatazione di sant’Agostino: “Inquieto è il nostro cuore, finché non riposi in te” (Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo – Lib. 1, 1. 1 – 2. 2; 5. 5; CSEL 33, 1-5) Certe volte mi sembra di essere parte di una catena di montaggio: faccio sempre gli stessi gesti, dico le stesse parole, mi trovo in mano gli stessi oggetti, davanti ho le stesse persone, produco sempre la stessa cosa.
Ora comincia l’avvento: il mio cammino verso il Natale sarà corredato dalle stesse omelie che con i colori diversi a seconda dell’oratore, risuonano in tutte le chiese. Il Natale è la stessa festa per tutti. Eppure proprio il Natale è novità di Dio che “pensa in modo diverso”.
Pensare in modo diverso può essere pericoloso: la società non sempre apprezza i profeti: “se qualcuno oserà ancora fare il profeta, il padre la madre che l’hanno generato gli diranno tu morirai, perché proferisci menzogne nel nome del Signore, e il padre la madre che l’hanno generato lo trafiggeranno perché fa il profeta…  e se gli si chiederà: “perché quelle piaghe in mezzo alle tue mani?” Risponderà: “queste le ho ricevute in casa dei miei amici”. (Zaccaria 13, 3;6)
Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». (Marco 3,21)
21Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. 22Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». (Matteo 16).
San Domenico fonda un Odine dedito alla predicazione itinerante dove i membri professano e vivono la povertà e vanno a piedi.
Quando san Domenico invia i frati…
…”Il momento decisivo si ebbe al termine della primavera, forse alla Pentecoste (14 maggio). Tutti i frati, convocati a saint-Romain sono riuniti nel capitolo. Domenico dichiara che intende mandarli attraverso il mondo, nonostante il loro esiguo numero; non abiteranno più insieme ormai, nel chiostro appena terminato. Tutti sono stupiti di una così inattesa decisione che pare loro affrettata. Ma Domenico parla con quella autorità e prestigio accresciuto dalla santità personale. I più si rimettono di buon grado alla decisione del Fondatore: già ne intravvedono, pieni di speranza, l’origine soprannaturale. Ma non tutti. Molto più sconcertati rimangono gli amici e protettori di Domenico. Egli si è incontrato con Monfort in maggio. Folco di Tolosa, Arnaldo di Narbonne e altri prelati con i quali aveva avuto a che fare di volta in volta, convengono con il conte per opporsi con tutte le loro forze a un progetto che si presenta ai loro occhi fatale tanto per l’Ordine che per il ministero in Tolosa. Ai suoi frati Domenico chiede di non aver timore li assicura che tutto riuscirà; ai prelati al conte come ai suoi religiosi, ripete con fermezza: “Non vi opponete; so bene ciò che faccio”. (Humbert Vicaire, Storia di san Domenico, paoline 1983, pag. 426).
E i frati vanno per le varie destinazioni pensate da Domenico. Non tutti sono entusiasti, alcuni vorrebbero ribellarsi, ma tutti, alla fine vanno. E l’Ordine Domenicano entra nel piano dell’itineranza he lo mette sullo stesso piano di Gesù: il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo (Lc 9, 58). E insieme a loro va la Parola. Caterina da Siena mette in bocca a Dio Padre, la celebre espressione: «Egli (Do­menico) prese l’officio del Verbo», (Dialogo della divina Provvidenza). “E la Parola di Dio si diffondeva” (Atti, 6,7)
E nasceva una nuova idea di essere Religiosi: l’idea di Gesù: 35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni. (Marco 1).
Non riesco ad immaginare un Domenicano stabile, stanziale, che non abbia il desiderio di partire, andare, essere la presenza di Gesù …predicando.