All posts by P.Alberto

PASQUA 2017

PASQUA 2017: CONOSCI I CUMANI?
PROGETTI E SOGNI

“Una chiesa in uscita, una comunità in uscita, un prete in uscita” Questo diceva oggi nell’omelia della Messa crismale, il Vescovo del Petén (Guatemala), dove mi trovo per dare una mano nei villaggi, nelle celebrazioni della settimana santa. Sono ormai diversi anni che cerco d’identificare i Cumani nel mio apostolato e in quello della mia Comunità Conventuale e Provinciale. Già il fatto che non sappiamo esattamente chi erano e dove stavano, crea una certa giustificazione e suspence. In più, il fatto che san Domenico abbia faticato non poco a spedire i frati per il mondo, finendo poi con l’imporsi perché lui sapeva bene cosa stava facendo, mi fornisce, se ce ne fosse bisogno, altre giustificazioni. Però sempre mi rode dentro il fatto che io so bene chi e dove sono i Cumani, quelli che la Provvidenza mette sulla mia strada: so tutto di loro: longitudine e latitudine, usi e costumi, necessità. in Convento comunque sto meglio, anche se non sono sempre in perfetta comunione con i confratelli. È faticoso anche solo pensare ai Cumani. e poi c’è tanto da fare da noi! La rudezza dell’incontro con le varie Comunità sparse nelle foreste della nostra Parrocchia, il parlare con loro, confrontare i loro problemi (anche solo religiosi) con i miei, mi costringe a un continuo esame di coscienza. Mi sento, se ce ne fosse ulteriore bisogno, un privilegiato, non perché vivo in Europa, senza problemi di cibo, di acqua, di strade, ma soprattutto per la stragrande abbondanza di bene e di benefici dei quali mi colma il Signore: non ultimo il mio sacerdozio, un sacerdozio da spendere in uscita e non solo dalla porta del mio Convento o del Centro Giovanile! Che rischio uscire! Ma se non esco, incontrerò mai i Cumani?

Quando arrivo in un villaggio, in questi giorni della settimana santa, devo tener presente che per loro quella che mi accingo a celebrare è la santa Messa di Pasqua, anche se siamo ancora a mercoledì santo. Non hanno visto nella loro chiesa un sacerdote da due-tre  mesi e lo rivedranno fra due-tre mesi. Quindi le confessioni sono quelle di Pasqua, la visita agli ammalati è quella di Pasqua ed i battesimi sono quelli di Pasqua. In genere trovo tutti in chiesa ed il catechista della Comunità mi aggiorna sulla situazione pastorale. Poi, mentre si preparano i canti per la celebrazione, esco dalla chiesa, mi trovo un riparo dal sole sotto un albero e comincio a confessare. Poi la celebrazione con eventuali battesimi e quindi la Comunione agli ammalati. E così tutti i giorni della settimana santa: quattro celebrazioni in quattro aldee (villaggi) diverse. Al rientro a casa sono esausto ma felice: la misericordia di Dio ancora una volta è passata dalle mie mani e dalle mie parole.
In certi villaggi si parla solo kechì, la loro lingua india, e così c’è un interprete per la omelia e grande uso di incenso e canti interminabili: devo sempre pensare che quella è la loro santa Messa di Pasqua e quindi la vogliono “solenne”.

Quest’anno ho trovato tante chiese nuove in muratura e non solo le solite capanne di tronchi e tetto di lamiera. Sono felici delle loro nuove chiese a costruire le quali hanno collaborato, non economicamente ma con la manodopera.

Le “strade” sono sempre dissestate, oserei dire, che lo sono ancora di più, se fosse possibile esserlo. Comunque loro le chiamano strade!

Tornato in Italia ho voluto leggere dal breviario domenicano quello che scriveva santa Rosa da Lima ai Frati Domenicani della sua città. Ve lo riporto qui di seguito.

Santa Rosa da Lima – 23 agosto – seconda lettura – dagli atti del processo di canonizzazione – pagina 615-616 del breviario domenicano
“In ogni occasione di parlare a Religiosi, particolarmente ai Frati Predicatori, li esortava con le espressioni più vive del cuore a consacrare il loro studio alla conversione delle anime. Le dispiaceva assai vederli troppo occupati negli studi puramente speculativi della teologia scolastica; ed avrebbe voluto che tanti sudori, tante veglie, tante fatiche che si sopportano per istruire l’intelletto nella conoscenza di cose, talora poco giovevoli alla salute dell’anima, si impiegassero nella cura tanto necessaria di accendere la volontà nell’amor di Dio.”

E mi viene in mente san Domenico che il 15 agosto 1217 è stato preso per pazzo dal Vescovo, dai suoi Frati e da tutti i Benpensanti: “Lasciatemi fare. So bene quello che faccio! – disse” e inviò i frati nel mondo: quanto sole aveva preso nella sua andata a Roma e poi in quel di Tolosa! E fu così che varie città risuonarono dei passi di questi “nuovi” evangelizzatori.

Oggi chi ci dice (o chi ci deve dire): “Lasciatemi fare. So bene quello che faccio!”? I Frati sono comunque indisponibili come allora: “siamo troppo pochi, al di sotto della soglia di una sussistenza decente, dobbiamo crescere in numero, non ho la “vocazione missionaria…”.
Non ci saremo un po’ imborghesiti? E i Cumani. aspettano…!
fra Alberto Fazzini

Le foto sono di Giuliano Corrias, mio compagno di viaggio.

SAN DOMENICO A ROMA

San Domenico ha fatto sei viaggi a Roma e cercheremo di capire che cosa è andato a fare. Ci aiutano gli storici domenicani e in particolare il padre Humbert Vicaire (Storia di San Domenico, ed. San Paolo, 2012) al quale principalmente facciamo riferimento e riportiamo anche alcuni passi del libro citato.

1206 primo viaggiocon Diego per risposta dell’ambasciata danese e per la richiesta di intraprendere la predicazione presso i Cumani.

1215 secondo viaggiocon Folco, suo Vescovo a Tolosa, per il Concilio Lateranense IV. Chiede al Papa Innocenzo III l’approvazione Ordine. Il Concilio aveva proibito la fondazione di nuovi Ordini Religiosi e l’introduzione nuove Regole per cui propone a Domenico di adottare una Regola già esistente.

Il contatto con l’universalità della Chiesa, in questo secondo soggiorno a Roma dischiude a Domenico nuovi orizzonti e gli apre gli occhi sulle necessità di tutta la Chiesa e del mondo intero.

1216-1217 terzo viaggioapprovazione Ordine con regola di s. Agostino:22 dic. 2016. Pietro e Paolo:    “va e predica” 18 gennaio 1217). 1217 invio frati nel mondo.

Costantino d’Orvieto (Legenda s. Dominici) scrive: «Mentre l’uomo di Dio, Domenico, era a Roma ed effondeva le sue preghiere dinanzi a Dio nella basilica di San Pietro per la conservazione e la crescita dell’Ordine che la destra di Dio propagava mediante le sue fatiche, la mano di Dio si posò su di lui. Domenico vide comparire Pietro e Paolo circonfusi di gloria. Il primo, Pietro, gli consegnò il bastone; Paolo, il libro. E tutti e due soggiunsero:Va’ e predica, perché Dio ti ha scelto per questo ministero.E in quell’istante parve a Domenico di vedere i suoi figli sparsi nel mondo, che andavano a due a due a predicare al popolo la parola di Dio».

Entra l’idea di un Ordine Mondiale: trasformare il suo Ordine, sotto l’impulso della Santa Sede, in Ordine universale come gli aveva imposto la visione mistica avuta nella basilica di San Pietro.

1218: quarto viaggio.All’inizio del 1218 Domenico è nuovamente nella città eterna.

Ciò che egli adesso si ripromette dal papa è, sul piano ecclesiale, il riconoscimento dell’universalità della predicazione; a livello carismatico, il riconoscimento dell’apostolicità come norma di vita.

           L’11febbraio Onorio III (subentrato a Innocenzo III) concesse all’Ordine piena facoltà di predicare ovunque ed attribuì alla nuova istituzione il titoloPredicatori,come se ciò già gli derivasse dal canone XIII del IV Concilio Lateranense – proprio quello che mirava ad impedire il sorgere di nuovi Ordini!

La Bolla di Onorio III: si rivolge sotto forma dimandato apostolico,a tutti i prelati della Chiesa. Essa designa i frati col nome tanto ambito fin dal 1215, e ormai definitivo, difrati dell’Ordine dei Predicatorie sintetizza in due espressioni il loro utile ministero e la loro vita religiosa che, a giudizio del papa, è «gradita a Dio»: essipropongono a tutti la parola di Dio con fedeltà e lo fanno gratuitamente, perché altro non ambiscono che il vantaggio delle anime e seguono il Signore soltanto, fieri del titolo della povertà. A nome proprio e della Sede Apostolica, il papa li raccomanda vivamente a tutti i prelati, ai quali intima di favorirli nel conseguimento del loro lodevole scopo, d’utilizzarne il ministero e di aiutarli nelle necessità quotidiane.

L’obbligo grave fatto ai Vescovi di essere responsabili della predicazione e di farsi aiutare dai predicatori (Lateranense IV can. X), si concretizza così fornendo anche i predicatori!

“Nel 1218, durante il soggiorno romano di Domenico, il progetto (di riforma delle religiose romane) venne ripreso ed a lui ne fu affidata l’esecuzione. Domenico avviò subito i contatti con le singole comunità per convincere le religiose circa l’opportunità della riforma”. (Koudelka, San Domenico)

1220 quinto viaggio:riforma monasteri femminili romani. Fondazione di San Sisto. Riceve s. Sabina da Onorio III.

Riceve Bolle per la soluzione di vari contenziosi con l’Università di Parigi.

1221 sesto (?) viaggio.In questi ultimi viaggi Domenico si preoccupa di definire sempre meglio il ruolo dei suoi frati “i predicatori” e per questo sollecita ed ottiene numerose Bolle pontificie che permettano al nuovo Ordine di svilupparsi, darsi delle “costituzioni” con delle forme giuridiche adatte, insediarsi nei luoghi di maggior interesse per la crescita (Parigi, Bologna, Roma…). Il suo andare e stare a Roma, a contatto con la Curia e con il Papa, oltre che sviluppare il suo senso di universalità, gli permette di intervenire e far intervenire per precisare, promuovere, incoraggiare, dare consistenza al suo eccezionale progetto.

Quaresima: Domenico predica senza interruzione nelle chiese e nei conventi della città
(Vicaire447)

…”Né vi è da pensare a unconvento doppio,come a Prouille: Domenico ha già garantito la povertà mendicante dei suoi figli attraverso la mendicità conventuale. Occorre dunque un altro chiostro. Il papa possiede sull’Aventino una vastissima fortezza, quella Rocca Savelli che egli stesso aveva fatto innalzare per la sua famiglia feudale quando non era che il cardinale Cencio; la maggior parte delle mura e dei bastioni era destinata a rimanere fino ai nostri giorni sulla cresta del colle, Una chiesa del V secolo è incorporata alla fortificazione, la basilica di Santa Sabina.”. Domenico vi ha posto gli occhi da molto tempo e la domanda coraggiosamente al papa: dopo grande fatica finisce per attenerla, i frati si trasferiscono sull’Aventino con i loro mobili e i loro libri e si stabiliscono nei locali destinati al clero nel portico della chiesa e nel braccio del quadriportico, ormai fatiscente, che si prolunga verso il nord-ovest, SI avvierà subito la costruzione di un nuovo convento di cui il papa farà dono all’Ordine con una bolla del 5 giugno 1222, A San Sìsto rimangono soltanto i religiosi necessari per l’assistenza alle monache”…

… Siamo oggi in grado di stabilire la data del trasferimento. D’intesa con i tre cardinali, Domenico sceglie per questo ingresso nel nuovo chiostro e nel nuovo genere di vita, il mercoledì delle ceneri,24febbraio 1221. Nulla di più adatto per questa «conversione» religiosa che il primo giorno di quaresima in cui la Chiesa canta l’lmmutemur habitu.La cosa è compatibile con gl’impegni degli stessi cardinali che, in quel giorno, dopo essersi recati alle nove in Laterano, vanno a Santa Anastasia per ricevere le ceneri e poi salgono col corteo papale per la messa cantata in Santa Sabina: tutte località tra loro prossime e non lontane da San Sisto…

… È dunque la prima domenica di quaresima che Domenico, assiso alla soglia di San Sisto, accoglie le monache di Santa Maria e consegna la tonaca e lo scapolare bianchi insieme al velo nero delle suore di Prouille e di Madrid, a cominciare da suor Cecilia. Poi, per la terza volta, riceve nelle proprie mani la loro professione… È la vera e propria professione religiosa”…

… La notte seguente una raccolta processione trasporta nella nuova residenza l’immagine della Vergine. Non lo si èvolutofare in pieno giorno per evitare le reazioni della popolazione che avrebbe potuto sentirsi ferita nella sua pietà. Domenico e i cardinali Stefano e Niccolò, accompagnati da alcuni frati e da alcuni fedeli, portanol’iconasulle proprie spalle, a piedi nudi e alla luce delle fiaccole. Le suore, anch’esse a piedi nudi, attendono in preghiera. L’immagine viene introdotta e collocata nella basilica restaurata. «Essa vi si trova ancora ai nostri giorni» – afferma suor Cecilia al termine deIla sua vita – ed è facile intuire da quella sua soddisfazione quale sia stato il timore da lei provato, al tempo del trasferimento, di vedere l’immagine ripartirsene soprannaturalmente alla volta del suo primo asilo … (Vicaire606 e ss.)